La voce è pacata, i gesti lenti. Lo sguardo però attento, vivace. Il colloquio tra l'agopuntore e la paziente procede fluido, senza fretta. È il primo incontro tra i due. Si susseguono domande legate ai problemi che hanno portato la giovane donna alla visita e quesiti su questioni varie, apparentemente non connesse tra loro. Arriva il momento della visita, decisamente più breve del colloquio: le mani si posano in pochi punti del corpo. Infine la fase del posizionamento degli aghi, ma ora il ritmo cambia decisamente. Se nei primi due momenti i gesti e le parole sono stati rilassati, quasi sospesi, qui la manualità è decisa, veloce, come se non fosse necessario pensare alla posizione degli aghi. Un automatismo. Appena terminata l'operazione, la paziente resta a lungo sul lettino, inizialmente con la mano del terapeuta appoggiata sulla fronte, quasi come una carezza che però non ha niente di paternalistico.
La donna inizia a respirare lentamente e si addormenta, resta così per circa venti minuti. Oltre il paravento che protegge il lettino da visita si scorgono vecchi libri i medicina e fisiologia, i più recenti avranno più di vent'anni. Nella storia di questo medico qualcosa lo ha spinto verso un deciso cambio di rotta nella propria cultura, nel proprio modo di operare. Dopo la laurea avrà passato anni a studiare non solo agopuntura, ma probabilmente anche un modo di pensare. E si vede.
Nel complesso il modo di fare ricorda il principio della "non-intenzione", uno degli elementi della medicina tradizionale cinese. È difficile accostarsi a una modalità di ragionamento così differente, anche perché estrapolarne un termine o un concetto rischia di produrre delle banalizzazioni imbarazzanti, come avviene in molte pratiche vagamente New Age. La medicina cinese è il risultato di centinaia di anni di discussione critica, analisi, sperimentazione, approfondimento filosofico: occorre prudenza.
Eppure il termine "non-intenzione" permette di trarre un suggerimento anche al di fuori di questo contesto. Si intuisce il richiamo alla capacità creativa, intellettiva, diagnostica e curativa di un terapeuta preparato, concentrato, che non ha l'obiettivo di guadagnare cifre elevate, di costruirsi un ruolo sociale, né di sentirsi appagato dalla brillante diagnosi, e nemmeno di mostrarsi compassionevole per le cure offerte. Non c'è uno scopo, ma un agire spontaneo che scaturisce naturalmente dalla crescita personale e dalla preparazione tecnica, quale essa sia.
Impossibile? Probabilmente si. Ma si tratta di una traccia, una modalità di lavoro. Curare "senza intenzione" non è certo un criterio analizzabile nella Evidence-based Medicine, che da qualche anno è il ritornello più in voga in ambiente medico, quasi il mantra della medicina occidentale. Certo l'evidenza è necessaria: se il modello biomedico è scientifico, non si posso più ammettere criteri aneddotici o personali, occorre davvero seguire criteri e metodi scientifici (anche se in altri momenti nel Rione Sanità abbiamo esplorato quanto questi percorsi possano essere inquinati, ma questa è un'altra storia).
Anche ammesso che tutto sia chiaro e indipendente, la cura non può essere però solo applicazione di algoritmi, di percorsi. Gli elementi in gioco sono molto complessi, come la capacità di reagire, la fiducia in se stessi (incrinata dalla malattia) e la fiducia nel terapeuta, medico, chirurgo, agopuntore, fitoterapista che sia. La non-intenzione forse è anche uno strumento per amplificare questa fiducia: del terapeuta nella propria attività (senza bisogno di gonfiarsi di compiacimento, una sorta di doping delle proprie potenzialità) e del paziente nelle proprie capacità di guarigione.
Curandero
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