Franz Marc - Il Gatto Abbiamo parlato recentemente di memoria, di come il filo dei ricordi possa costituire lo strumento principe di una narrazione. Ebbene, niente di più appropriato dell'incontro con Daniela Bettini, scrittrice, a lungo insegnante, ora formatrice e counselor nella scuola e nelle relazioni d'aiuto.
Il colloquio con Daniela ci riporta a un percorso che abbiamo intrapreso lo scorso anno nella nostra rubrica e che ci piace talvolta riprendere e riproporre: la conoscenza delle scuole di scrittura della nostra città. Daniela infatti tiene un "Laboratorio di scrittura autobiografica", presso istituti scolastici o associazioni. Le esperienze di cui va giustamente fiera sono soprattutto due: "La poltrona dei nonni" che si è tenuto presso l'AISE (Associazione Insegnanti Solidarietà Educativa), e il "Corso con donne immigrate". La sua attività preferita però è il "Corso Piuma: leggere con le ali", una sorta di "iniziazione" alla lettura destinata ai più piccoli.
Perché la scrittura autobiografica? le chiediamo.
"L'autobiografia ci mette direttamente a contatto con i momenti critici della nostra esistenza - risponde Daniela - Ci sono delle fissità, dei nodi che la scrittura può aiutarci a sciogliere. Per sollecitare la memoria si può partire da sensazioni o da personaggi che hanno giocato un ruolo importante nella nostra vita. In estrema sintesi si potrebbe dire che la scrittura autobiografica contribuisce nei più giovani a costruire l'identità, nelle persone adulte a rafforzarla".
Intanto Daniela mi porge una piccola scatola di legno suddivisa in tanti scomparti da cui mi chiede di scegliere la bustina di tè che preferisco: un rito, quello del tè e delle tisane, a cui tiene molto e a cui le piace dare spazio anche nei suoi corsi.
"Bisogna imparare l'arte della lentezza - mi dice ancora - promuovere anche un'educazione alla lentezza. Il tempo lento è quello in cui ci si chiede dove siamo, quello che ci permette di fermarci e di sollevare un po' il peso della vita. Andare sempre di fretta, come purtroppo siamo abituati a fare, provoca un fluire eccessivo che ci porta a non trattenere niente, a dimenticare".
E a suggellare questo invito alla lentezza interviene, con la sua proverbiale pigrizia, il gatto di casa: un bel micio grigio che è ancora abbastanza piccolo per conservare la voglia di giocare e di stuzzicare il prossimo con dispetti e provocazioni, come solo i gatti sanno fare.
Il gioco: ecco un bello spunto per l'autobiografia. "Da soli, con qualche amica o amico, con figli e magari nipoti - scrive Duccio Demetrio, uno dei "maestri" di Daniela ( ma non il solo, come ci tiene a dire) - ricordando di noi, delle nostre avventure, nel corso di qualche occasione conviviale o che risvegli intimità segrete, non ci accorgiamo (non vogliamo accorgerci) che la nostra vita, in fondo, è stata una specie di gioco. Una partita fatta di tante partite, ora vinte, ora perse. (....) In ogni caso, senza saperlo, ricordando e occultando rapidamente alcuni ricordi, stiamo già giocando. Perché il gioco è finzione, è illusione, è realtà e immaginazione: per questo ogni esperienza ludica è semiseria e, per avvicinarla a un genere letterario, è simile alla commedia. Dove la premura dell'autore è mediare creando eventi a metà strada tra il divertimento e l'austerità, tra la distensione e l'inquietudine dell'epilogo". "Giochiamo con i ricordi - scrive ancora Demetrio - poiché, evocandoli, proviamo tutte le sensazioni tipiche del giocare e, al contempo, allineandoli, disponendoli, ordinandoli come su un tavolo, ci accorgiamo ben presto che stiamo realizzando una strana specie di affresco, di intarsio, di sceneggiatura" e proviamo "la soddisfazione ( o la commozione) avvertita da chiunque abbia deciso - un bel giorno - di scrivere, sul serio, la propria storia". Un gioco dunque che può farci approdare a qualcosa di terribilmente serio, ma in un approdo lento, che può riconciliarci con la nostra storia, con ciò che siamo stati.
Con Daniela si parla anche dei suoi libri: uno già scritto e pubblicato, "Il famiglione di Brando", (Editrice Campanila, 2006, illustrato da Daria Palotti), una storia scoppiettante e lieve, ma anche animata da un profondo rispetto per le diversità, che racconta di evasioni, fughe, travestimenti, rapimenti falliti, tentativi di emarginazione, fino alla conclusione finale...dentro un barattolo di cioccolata; una bella lettura serale, prima della "nanna", per i più piccoli.
In uscita il suo secondo libro "Leggere all'infinito" scritto con Luciana Bellatalla e pubblicato da Franco Angeli: un libro sulla lettura e sulla pedagogia della lettura, che sarà presentato in anteprima a Pisa. Naturalmente vi faremo sapere quando.
Leggi gli articoli precedenti della rubrica "Spazio alle parole" di Cristiana Vettori
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