Una virgola
fa la differenza. Se dico "Amici miei" magari penso alle fortunate
pellicole di Mario Monicelli con Ugo Tognazzi, Renzo Montagnani,
Philippe
Noiret. "Amici, miei" (con la virgola) è invece il titolo del libro
di Dario Danti di cui esce in questi giorni la seconda edizione con
la postfazione di Fausto Bertinotti ( "Amici, miei, storie di trentenni
in equilibrio precario", Edizioni ETS, Pisa 2010) : venti storie da
cui emerge lo spaccato di una generazione che ha dovuto fare i conti
con precarietà e globalizzazione.
Dario ce le
racconta con leggerezza e con la partecipazione di chi ha compiuto un
pezzo di strada insieme e per questo si sente prima di tutto un
amico: "L'amicizia lega queste storie. - scrive Fausto Bertinotti
- Tra le tre, libertà, eguaglianza, fraternità, la terza è forse
quella più trascurata dalla sinistra reale..."
Questi giovani
sembrano aver fatto, come si dice, di necessità virtù, intraprendendo
le strade più diverse, quelle dettate dalla vocazione di ciascuno,
che è emersa in percorsi talvolta tortuosi, talaltra più lineari,
ma sempre originali e creativi, tanto che nella prefazione Marco
Malvaldi
sottolinea il fatto che i protagonisti di queste storie "riconoscono
di avere un privilegio: quello di essere unici".
Alcuni si
scoprono
artisti: Checco fonda il duo "Gatti Mezzi" con Tommaso, Manuel
crea a Pisa ClanBanlie e disegna gioielli per Marithé Francois Girbaud,
Gionata diventa Ozmo esponente di spicco della Street art italiana,
Francesco porta le sue composizioni musicali in tutta Europa esibendosi
con grandi orchestre internazionali come la Filarmonica di Berlino,
Paolo fa il contrabbassista, Roan realizza il suo primo film "Ora
o mai più" e per Einaudi pubblica il romanzo "Prove di felicità
a Roma Est". Per altri la scoperta, magari molto precoce, è la militanza
politica: Emma ci riporta alle giornate del G8 di Genova, Nicola alla
nascita dei Giovani Comunisti e all'avventura nella Puglia di Vendola.
E poi altre
storie: Silvia si laurea in medicina, ma poi scopre la sua vera
vocazione,
il giornalismo scientifico, che la fa approdare alla redazione romana
di Radio3 Scienza; Emiliano cresciuto nelle giovanili del Pisa Sporting
Club sarà il capitano del Pisa Calcio dal 2000 al 2005; Eva attraversa
un periodo di depressione e, grazie a questa sua sensibilità, diventa
operatrice sociale; Enrico giunge a Gerusalemme in piena seconda
Intifada
con un progetto di cooperazione internazionale.
E ancora: Bufa
l'enologo, Fausto l'operaio, Franco il ristoratore, Roberto
il consigliere parlamentare, Michele il commerciante, Francesca la
fisioterapista,
Federico il medico.
La cifra di
queste storie è l'incontro - quello che fa crescere, che cambia
la vita - e il caso, che non è mai casuale, ma è piuttosto necessità
e destino. Pisa, che è molto nel cuore di Dario e dei suoi amici,
attraversa
tutti questi racconti e contribuisce a renderli unici: una città che
sa suscitare amore, ma si dimostra avara verso i propri figli. "Pisa
sembra ripudiare le sue storie, come i suoi artisti. Purtroppo."
È il commento che chiude la storia di Francesco, e che riguarda anche
tutte le altre storie naturalmente.
Un po' di
amarezza c'è del resto in questi trentenni, consapevoli dei tempi
oscuri che stiamo attraversando (non ci resta che sperare che la loro
creatività ci aiuti ad uscirne...) "Adesso ho una grossa difficoltà
anche a credere nei progetti: viviamo in una fase di sopravvivenza senza
entusiasmo" dice Emma; e Ozmo: "Tutto quel panorama di arte, di
spontaneità, di fermento culturale è morto, ucciso. Tutti quelli che
prima snobbavano le cose che facevamo noi, oppure che erano scarsi,
si sono buttati sul carro e hanno firmato contratti per uno squalo che
vende arte via satellite ( come fossero materassi)".
Racconti di
vita, dunque, biografie: ho sorriso leggendo il ringraziamento di Dario
alla sua insegnante, Daniela Bettini, che so appassionata di
autobiografia
(ne abbiamo parlato anche su Pisanotizie): un altro incontro, ormai lontano,
ma quanto fecondo se ha dato come frutto, sia pure in maniera
inconsapevole
e indiretta, questo bel libro di Dario!
Struggente
il contrappunto delle foto di Anna Benedetto: immagini di una
Pisa straniata in cui è scomparsa ogni presenza umana e che assumono
pertanto una forte valenza simbolica. A me suggeriscono pensieri su
un futuro possibile della nostra città in cui trovino accoglienza le
tante storie ed esperienze che questo libro racconta.
Leggi i precedenti articoli di 'Spazio alle parole' rubrica a cura di Cristiana Vettori
Questo articolo contiene 2 commenti.
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2010/06/11 11:06:00 emme effe caro Vito, io come te provo un certo fastidio rispetto al libro del Danti e credo che tu abbia ragione quando definisci previlegiati i trentenni amici (virgola) suoi. Pisa è così, una sinistra upperclass sempre più vuota di contenuti impone il vuoto culturale intorno a sè. Quei rari casi, dove scomodare la parola successo mi sembra comunque inappropriato, vengono esaltati dal Guadagni/Tanfucio come se fosse merito suo. Ecco appunto, c'è già il Guadagni, del Danti si poteva fare a meno :)
2010/06/11 09:06:15 vito tarlesi Non lo so, ho letto degli stralci del libro del Danti, e uno stonfo di recensioni. Da un po' sto cercando di capire cosa m'infastidisce del libro e dei toni delle recensioni e credo finalmente di averlo capito.
Tutta la storia mi sembra un po' un inganno: questi ultratrentenni e queste ultratrentenni rappresentano in realtà dei casi fortunati e in un certo senso privilegiati. Hanno talento, hanno avuto la possibilità di studiare, hanno avuto sostegno da parte di famiglie che glielo potevano dare.
Sono casi fortunati. Eleggerli a simbolo di una generazione precaria mi sembra un tantino fuorviante..