Abiti premaman, passeggini, lettini, fasciatoi, biberon, sterilizzatori, porta pannolini, box, sdraio, creme, saponi: entrare per la prima volta in un negozio di articoli per maternità e prima infanzia è un'esperienza sconcertante. Sembra impossibile che un essere così piccolo abbia bisogno di tutta questa varietà di oggetti. Per di più il piccolo consumatore è esigente ancora prima di nascere e non si accontenta di ascoltare Mozart per stimolare lo sviluppo del sistema nervoso, ma vuole anche il lettore mp3 con cuffie apposite da applicare sul pancione. Come se diventare genitori non fosse di per sé un'impresa ardua, ci si mettono pure le spese.
Quanto ci costerà davvero il bebè? La domanda quasi si materializza entrando nel variopinto negozio. L'arrivo del primo figlio comporta in media una diminuzione del reddito a disposizione tra il 18% e il 45%, ed una spesa aggiuntiva tra i 500 e gli 800 euro mensili, variabili in relazione all'età e alla collocazione geografica, secondo il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro.
L'organizzazione internazionale Save the Children chiarisce il concetto ricordando che anche in Italia vi è una chiara relazione tra maternità e povertà: su 4,2 milioni di donne povere, oltre 1 milione 600 mila sono madri. Tra le madri in coppia con almeno un figlio piccolo a carico, il 18,6% non ha i soldi sufficienti per fare fronte a tutte le spese mensili, il 5% ha difficoltà nell'acquisto di generi alimentari, il 10,3% incontra problemi nel sostenere le spese scolastiche dei figli.
Le difficoltà economiche incidono certamente sulla riduzione della natalità: la crescita negativa in Italia è iniziata nel 1993, ma dal 2004 vi è una inversione di tendenza, grazie all'aumento delle nascite di bambini da genitori stranieri, che comunque dovrebbero incontrare le stesse difficoltà, se non maggiori. In Toscana il numero medio di figli per donna è in crescita ed è pari a 1,32 (contro 1,38 della media nazionale), il 22,5% del totale dei nati in Toscana nel 2007 è figlio di almeno un genitore straniero.
A parte qualche enfant prodige, i neonati sono poco interessati alla lettura di riviste e agli spot televisivi, ma i neogenitori, spesso pieni di dubbi e ansiosi di dare il meglio al pargolo, sono attenti spettatori e facile bersaglio di messaggi persuasivi. Non stupisce quindi che l'Autorità garante della concorrenza e del mercato e l'Istituto di autodisciplina pubblicitaria segnalino numerose infrazioni legate a pubblicità ingannevoli aventi come oggetto prodotti per l'infanzia.
Un secondo aspetto che incide sul bilancio, ma ha anche altre implicazioni, è l'eccessiva medicalizzazione della gravidanza, con incremento delle spese oltre che delle ansie. Conseguenza e misura di tale processo è l'incremento del ricorso al taglio cesareo il cui contenimento è uno degli indicatori principali di una adeguata assistenza al parto. Nel 1985 l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandava di non eseguire più di 1 parto con taglio cesareo su 7 (quindi meno del 15% del totale dei parti): questo valore veniva individuato come garanzia della salute di mamme e bambini. In Italia vi è stato un continuo aumento di parti con taglio cesareo: si è passati dall'11% del 1980 al 38% del 2008, con valori tendenzialmente più bassi nell'Italia settentrionale e più alti nel meridione.
L'Italia presenta a livello europeo la più alta percentuale di cesarei, seguita dal Portogallo con il 33%, mentre negli altri paesi si registrano valori inferiori al 30% che scendono al 15% in Olanda e al 14% in Slovenia. Anche per questo l'Istituto Superiore di Sanità ha presentato recentemente le linee guida Taglio cesareo: una scelta appropriata e consapevole, documento che affronta il tema più generale della maggiore attenzione alla donna nelle cure mediche e sottolinea l'importanza di informazione e comunicazione.
Eccessiva medicalizzazione della gravidanza significa anche prescrizione di esami, ecografie e integratori alimentari che eccedano l'utilità dimostrata. In una indagine di Altroconsumo per ciascuna donna intervistata risulta una media di sei ecografie, che va oltre le tre previste dalle linee guida del Servizio Sanitario Nazionale, mentre il 20% delle donne ne ha effettuate almeno nove. Nonostante l'esistenza di un valido percorso pubblico, il 70% di donne si fa seguire da un ginecologo privato, spendendo in media quasi 600 euro per gravidanza, mentre sono scarsamente utilizzati i consultori (8% dei casi) e il ricorso ad una ostetrica (11% delle intervistate).
Non è facile alle prime esperienze capire cosa è essenziale per genitori e bambino, eppure c'è chi sostiene che il neonato si ostini ancora a chiedere le stesse cose: latte e contatto. Le spese si possono contenere riducendo esami e visite specialistiche se la gravidanza procede bene, eliminando accessori inutili per il neonato, accettando vestiti o passeggini usati da amici o parenti, etc. La riscoperta del parto naturale, dell'importanza dell'allattamento al seno, del contatto continuo con il neonato portato in fasce e marsupi non è una moda da divi di Hollywood, ma probabilmente è la consapevolezza che la gravidanza, il parto, la prima infanzia sono momenti da un parte fragili, quindi non a caso oggetto di ogni sorta di teorie e messaggi pubblicitari, ma dall'altra ottima occasione per fare i conti con progetti, bisogni, convinzioni, timori e incertezze che naturalmente si ripercuoteranno sul neonato.
Sicuramente più di quanto possano fare Mozart e il lettore mp3.
Curandero
- Leggi i precedenti articoli di "Rione Sanità" rubrica a cura di Curandero
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