18/08/10 09:22 | autore: Curandero video Stampa

Il protocollo del neonato 0

Il momento della nascita è cruciale nel determinare reazioni, comportamenti ed emozioni: assistervi non vuol dire intervenire a tutti i costi.

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L'ostetrica parla a bassa voce. Il tono è accogliente, i gesti lenti. Ha spento quasi tutte le luci, resta solo una lampada scialitica, di quelle da tavolo operatorio, puntata discretamente verso un angolo della stanza, quasi una abat-jour.

È notte. Non c'è fretta, non può esserci. Si attende una persona, ma non c'è un appuntamento. La ragazza si affida all'ostetrica, si appoggia fiduciosa alle sue spalle e, in piedi, muove il bacino con un ritmo lento. Poi cammina, si siede, si rialza. Improvvisamente si apre la porta ed entrano, a più riprese, un'infermiera, un operatore sanitario, un ginecologo, un anestesista.

Ogni volta le luci si accendono, le voci si intrecciano sonoramente in discussioni e chiacchere alle quali la partoriente non sembra affatto interessata, intenta nel suo percorso. L'ostetrica nuovamente spegne le luci, i vari personaggi, come in una commedia, escono dal palco, torna la tranquillità. Nella penombra si scorgono i cartelloni appesi al muro: protocolli d'emergenza, algoritmi per parti difficoltosi, interventi sulla distocia di spalla etc. Se ci fosse una sorta di libro degli ospiti, un foglio e una penna, verrebbe da aggiungere un richiamo al silenzio, un richiesta di luce soffusa.

Non è una questione di comfort, non siamo alle terme. È il luogo cruciale di una nascita, di molte nascite e il neonato non è un essere privo di capacità sensoriali, ma al contrario i sensi sono sollecitati al massimo e il passaggio dal liquido all'aria, dal buio alla luce, dal caldo al freddo determinerà reazioni, comportamenti ed emozioni successive.

Quanto accade nei primi minuti e poi nell'arco di alcune ore, influenzerà la capacità di attaccarsi al seno, di reagire ai successivi stimoli e si radicherà come una emozione profonda. Si possono creare le condizioni per un passaggio più graduale, ma nei protocolli non c'è scritto. Siamo al termine della fase espulsiva, le luci si riaccendono. Solo il silenzio viene rispettato.

L'accoglienza dell'ostetrica durante il travaglio svanisce di fronte all'intervento del ginecologo e del neonatologo: il neonato emette il suo primo vagito, rapidamente viene tagliato il cordone ombelicale. Il bambino viene mostrato alla madre per pochi istanti e subito viene visitato, aspirato con un tubo nel naso e in bocca, lavato, asciugato, vestito, viene eseguita una iniezione intramuscolare di vitamina k e somministrato un collirio. I gesti e i tempi sono da pit stop della formula uno e, nel giro di neanche tre minuti, viene nuovamente consegnato alla madre.

Giusto il tempo però di interferire bruscamente con un processo fondamentale. Eppure molti studi dicono che non c'è nessuna fretta, che la profilassi si può rimandare, così come il bagno, che l'aspirazione è traumatica e non è necessaria se il parto è stato regolare e il neonato è sano.

Le ragioni di un atteggiamento meno invasivo sono molte e documentate, ad esempio se non si lava subito il neonato questo sente l'odore del liquido amniotico sulle sue mani e, posto sul ventre della madre, segue tale odore per raggiungere il capezzolo e iniziare correttamente la suzione. Lo scambio di calore con la madre regola perfettamente la temperatura corporea del neonato se lasciato a contatto di pelle.

Il taglio ritardato del cordone ombelicale permette un passaggio graduale alla respirazione polmonare, una maggiore quantità iniziale di sangue circolante e un maggiore deposito di ferro alla nascita.

Per ultimo il bambino viene dato alla madre e al padre. Gli altri attori escono di scena, altrettanto rapidamente di come erano intervenuti. Il ritmo rallenta, i primi sguardi intensi, il silenzio. Torna ad essere l'ostetrica l'unica discreta spettatrice. Infine si allontana anche lei.

Curandero

- Leggi i precedenti articoli di "Rione Sanità" rubrica a cura di Curandero

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