Il reportage di Enrico Catassi, da anni in spola tra Pisa e Gerusalemme dove collabora come esperto di cooperazione allo sviluppo, al ritorno dal suo recente viaggio in Medio Oriente. In questo articolo Israele e il sogno del socialismo, una finestra sulla quotidianità di vita nel moderno kibbutz e sulle prospettive future.
100 anni sono passati da quando sulle sponde del limpido, allora, Lago di Tiberiade nasceva il primo modello di aggregazione sionista e socialista in Terra Santa, correva l'anno 1910 ed un gruppo sparuto di ebrei europei realizzava un sistema sociale basato sul collettivismo e la comunione dei beni, il kibbutz. Era l'inizio di una nuova era per il sionismo ebraico e per la futura storia d'Israele. Quel piccolo insediamento sperduto tra le colline della Galilea sarebbe diventato il manifesto tangibile della possibile realizzazione di un sogno. Il socialismo applicato diventava una cosa concreta all'interno di un contesto borghese, agricolo e arabo, convivendovi secondo un mutuo rapporto non privo di oggettive complicazioni. Il primo "insediamento" di una comune marxista in Medio Oriente prese il nome di Degania Alef anche se i suoi membri preferirono sempre chiamarlo "Kvutzat Deagania" ovvero "Il frumento di Dio".
Pochi allora avrebbero immaginato che quel modello sarebbe da lì a poco stato copiato e replicato in tutti gli angoli periferici di un ancora nascituro stato d'Israele. L'espandersi, negli anni a seguire, dei kibbutzim (plurale di Kibbutz) verso la sperduta periferia della Palestina circoscriveva da nord a sud un territorio che solo nel 1948 prenderà il nome di stato di Israele. Il ricordo di "nonna" Ada, nipote di Enzo Sereni e icona della donna kibbutznik impegnata, è ancora chiaro mentre accende e spenge sigarette in continuazione: "Ero una ragazzina di 17 anni, la notte del 29 novembre 1947 ci vennero a svegliare. Da quel giorno sino al maggio del 1948 abbiamo dormito con le scarpe e con le armi tutte le notti". La vecchiaia non ha scalfito nemmeno la memoria di Sergio, diplomatico e giornalista di lungo corso: "In quei giorni non difendevamo solo il kibbutz ma il sogno d'Israele". Il servigio reso alla nazione è col tempo svanito dalle memorie, la politica israeliana forse troppo rapidamente ha relegato in un angolo nascosto una delle pagine più intense della sua breve storia, senza minimamente ringraziare per quanto ricevuto.
Sono passati cento anni di storia e il kibbutz anzi i kibbutzim, visto che oggi se ne contano ben 270 con oltre 100 mila membri, hanno attraversato indenni guerre, crisi culturali e ideologiche, problemi economici, prolungate diaspore generazionali. Hanno avuto forza lavoro palestinese in passato ed asiatica oggi etc etc. Insomma, troppe cose anche per un piccolo sistema di vita "alternativo" che non può non attrarre le simpatie delle persone con una certa visione ugualitaria del mondo: "La cosa più impressionante venendo in Israele sono i kibbutz." (Pier Paolo Pasolini, 1963). Il kibbutz tra ideale e sogno ha rappresentato uno stereotipo unico al mondo, affascinando intellettuali, operai e pseudo-rivoluzionari.
Piccoli embrioni di quel sistema di vita sono giunte fino a noi ed hanno originato "esperimenti sociali" interessanti, co-housing e car-sharing inclusi. Comunque, scordatevi che entrare oggi in un kibbutz equivalga a fare un salto nel passato, a ritroso nell'ideologia oltranzista e utopica, tutt'altro; affacciarsi in queste comunità è come aprire una finestra su presente e futuro. È evidente come questo modello non sia risultato vincente ma allo stesso tempo non può nemmeno essere considerato perdente a priori. Ha subito dei notevoli cambiamenti di assetto e sostanzialmente ha saputo confrontarsi con la realtà dei tempi in piena ed intelligente disponibilità al compromesso.
I chaverim o kibbutznik (i compagni, membri della comunità) ripetono spesso: "Non è scritto da nessuna parte che un socialista debba morire di fame". Di chaverim nel girovagare sulle tracce del kibbutz né ho incontrati e conosciuti parecchi, ho diviso con loro il pane e il vino, ho rispettato le regole in forma di rituali quotidiani, semplici, rispettosi dell'altro e del bene comune, dell'ambiente e della natura, come Zubi che da oltre 60 anni si dedica alle piante del kibbutz Ein Gedi, un'oasi sulle rocce che sovrastano il Mar Morto: "Far crescere un fiore su questa pietra è un miracolo dell'uomo e della natura."
Sono stato accolto come amico ovunque, ho avuto l'opportunità di inserirmi e spulciare nella vita del kibbutz, mi sono lasciato affascinare dall'emozione di momenti condivisi insieme per poi comprendere a pieno le parole di Sagalit: "Sono 20 anni che continuo a partecipare ad una festa popolare, giorno dopo giorno."
Eppure dal 2007 Degania Alef, il capostipite della famiglia kibbutzim, ha deciso di passare alla concorrenza, dichiarando aperta la privatizzazione, la proprietà delle case, il salario differenziato etc etc. La parabola del dare al kibbutz quanto puoi e ricevere ciò di cui hai bisogno era conclusa amaramente. La resa al capitalismo dei kibbutznik di Degania non fu l'unica, anche altri kibbutzim seguirono questa strada a causa delle pessime condizioni economiche in cui versavano le casse dei propri kibbutz. Tuttavia, non si trattò di una linea maggioritaria all'interno del movimento. I tempi erano maturi per scelte lungimiranti e per un pizzico di fortuna. Secondo Havraham, gli anni '80 hanno segnato il passo: "In questi anni abbiamo dovuto stravolgere le nostri fonti economiche passando dall'agricoltura intensificata ad una diversificazione di attività produttive e di investimenti." Havraham appartiene alla comunità di Ramat Rachel, un kibbutz a metà strada tra Betlemme e Gerusalemme, lungo quella che fu un tempo non troppo lontano la linea verde; il kibbutz è sede di un circolo sportivo che conta oltre 3000 soci e un albergo con 180 stanze e relativo centro congressi.
Lui vive con la sua nuova compagna in un ampia casa munita di tutti i confort. È felice soprattutto per il fatto che i suoi 7 figli sono rimasti nel kibbutz, cosa assai inusuale per una famiglia di kibbutznik. Ma anche il kibbutz oggi poggia molto sul ruolo della famiglia. Antitesi della storia. La struttura del kibbutz fino alla metà degli anni '70 privilegiava alla famiglia il gruppo. I gruppi, in larga maggioranza, venivano formati tra gli scout dell'associazione Hashomer Haztzair, in Italia esistevano ben 4 kenim, sezioni del movimento. I gruppi erano la spinta propulsiva del Kibbutz, i giovani venivano scrupolosamente selezionati e preparati alla vita cooperativa, si chiedeva loro di essere uniti perché dalla loro unione sarebbe dipeso il futuro del kibbutz e quindi dello stato d'Israele.
Edna, romana, e Luciano, milanese-egiziano, facevano parte dello stesso gruppo che partì dall'Europa sul finire degli anni '70 per stabilirsi alle pendici del Golan, luogo impervio lontano dalle luci delle città e fronte di guerra in molte occasioni compreso il 2006. Oggi, vivono con le rispettive famiglie nel kibbutz Sasa dove hanno importato un atmosfera tipicamente italiana: hanno aperto il primo agriturismo in Israele, organizzano corsi di teatro, sono impegnati in una radio che trasmette anche in arabo e molto altro ancora. Promotori di lunghe battaglie "civili e moderne" all'interno dell'Assemblea del kibbutz per imporre le proprie ragioni. Edna, madre prima di tutto, convinse gli altri chaverim che la metapelet (badante dei bambini) non poteva sostituire la madre e il Gan (asilo) era meno sicuro delle piccole mura domestiche. Conquiste storiche raggiunte attraverso un processo decisionale lungo e in parte anche sofferto ma in tutto e per tutto democratico e partecipato.
A Lotan, pochi chilometri dal golfo di Eilat/Aqaba/Taba, il tratto di acqua del Mar Rosso che bagna tre stati, si respira un aria rilassante, qui come ci spiega Daphna: "Non abbiamo né rabbino, né sinagoga, uomini e donne vivono la religione in perfetta armonia e uguaglianza, il vento del deserto è la voce delle nostre preghiere". Religione giudaica riformista e socialismo hanno trovato una radice comune e coabitano in maniera sinergica e complementare. Alex invece è orgogliosamente un kibbutznik buddista: "La religione come la filosofia è una libera scelta che non deve precludere la vita nel kibbutz ma semplicemente arricchirla di maggiore felicità interiore ed esteriore". Anche Be'eri, la casa di Alex, è un posto caldo e non solo perché costruito nel deserto del Neghev, a pochi metri dal confine di Gaza.
Dimenticavo due cose: non confondete mai il kibbutz con il moshav (dove vige la proprietà privata) e il Palmach (corpo da combattimento degli Yishuv, insediamenti ebraici durante il mandato britannico) con il Mapai (partito storico confluito in seguito nei laburisti dell'Avodà). Mi raccomando, le questioni sono molto sensibili ancor oggi. Infine, vorrei solo ricordare che i miei amici kibbutznik non hanno salario, percepiscono un budget mensile, inferiore ai 500 €, non possiedono la macchina, non pagano l'affitto, la luce e il gas, hanno libero accesso alle cure sanitarie e all'istruzione per i figli, inclusa l'università, fanno colazione e pranzo in una mensa, usano la medesima lavanderia, indossano abiti simili, fanno la raccolta differenziata e tutte le mattine si svegliano e aprendo la finestra dicono: "Non ho bisogno di altro che quello che ricevo dal kibbutz".
Enrico Catassi
- Leggi i precedenti articoli della rubrica "Bouquet - Recfensioni e varia umanità"
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