Le cartine geografiche un po' sdrucite
che ancora resistono eroicamente alle offese (inevitabili) del tempo
e a quelle (più deprecabili) delle punte dei compassi degli studenti
hanno le venti regioni colorate in rosa, giallino, verde e arancione.
Son talmente lise da far pensare che la Paravia abbia smesso di stamparle
nel 1963 quando il Molise è stato definitivamente separato dall'Abruzzo.
In alto a destra c'è uno spicchio
di Ungheria (nessuno sa perché), in grigio come tutti i paesi confinanti,
e più in basso il Friuli-Venezia Giulia (di solito in rosa come le
altre regioni piccole). A parte poco più di un milione di residenti,
tutto il resto d'Italia impara sin dalle elementari a nominarla tutta
d'un fiato FriuliVeneziaGiulia.
In realtà la regione è quasi
solo il Friuli, il resto (meno del cinque per cento della superficie)
è una strisciolina tra Trieste e Gorizia. È ciò che
è rimasto dopo l'ultima guerra mondiale della regione geografica
Venezia Giulia e che pure tanto era costata alla Nazione durante la
prima. Trieste, non essendoci stati è difficile crederlo, è città
marina. Molto marina e molto bella. Di una bellezza asburgica, quasi
viennese. Alla fine forse non ce la dovevano dare, andava lasciata all'Austria:
troppo fine per l'Italia del '45, figuriamoci per quella di oggi.
Il Friuli è tutt'altro. E la Carnia,
la regione centrale, è ancora diversa. Non è meno bella,
è solo diversa. La sua bellezza è scorbutica, ispida, selvaggia.
È una bellezza grezza, come a volte quei pochi tratti lasciati
da un artista impugnando il carboncino quasi con violenza. Linee nerissime
sul foglio bianco che lasciano intravedere un capolavoro solo a chi
ha la pazienza di immaginarlo.
Come quei tratti, incide il suo greto
intarsiandolo con un ghirigoro che è quasi un arabesco, il Tagliamento,
il Tiliment, il re dei fiumi alpini, prima linea di difesa durante
la rotta di Caporetto, ultimo avamposto dell'occupazione nazista e barriera
storica e naturale dell'industrializzato nord-est che per loro è ovest.
La sua acqua è l'anima di tutta
la Carnia. L'Aghe, l'acqua, ha un suono che è come il rumore
bianco, una musica costituita da uno spettro uniforme di tutte le frequenze
da zero a infinito. Un suono di intensità bassissima, quasi impercettibile,
e senza alcuna periodicità che penetra in ogni fessura.
Il Tagliamento scava il suo greto come
la vecchiaia il viso di Teresa. Rughe profonde tagliate come con la
roncola che le scorrono sul viso indurito.
Parla poco Teresa, è rimasta sola
nella sua casa separata anch'essa dalle altre del paese. Al mattino,
quando comincia i lavori del giorno, mette sopra al vestito un grembiule
celeste da bidella di scuola di una volta. E tira su le maniche per
aver più libere due manone da contadina e due avambracci da fare invidia
a un peso welters. Unico vezzo all'orecchio sinistro un orecchino d'oro
tondo e massiccio, da marinaio.
Quando ha rigovernato il pollaio,
potato quei tre o quattro meli e abbeverato cane e gatto, si mette sulle
spalle una immensa gerla dalla quale spuntano solo le gambe, e scende
giù a far legna nella golena del Tagliamento. Sceglie diligentemente
i pezzi migliori tra quelli che il fiume deposita sul greto e risale
sino a casa carica di un basto più da mulo che da essere umano.
Dal paese non passa neppure, troppo stracca.
Ordina la poca spesa che le serve da
casa telefonando all'unica bottega col telefono grigio della Sip che
è attaccato al muro in cucina. Ordina vercic, cevole, carotis,
patatis (qui sono rimasti un po' slavi) e del formaggio, quello vecchio.
Mentre aspetta si riposa accendendo il fuoco nella cucina che se non
fosse per due pensili di formica sarebbe identica a quella di cent'anni
fa, e cuoce la polenta in una pentola nerissima e ammaccata.
La gira con un pezzo di legno forse rimasto
dall'ultima riparazione del solaio.
È l'unico momento in cui si muove lentamente
come una strega seduta accanto al suo calderone. Gira per un tempo lunghissimo.
Ad ogni giro la memoria le regala una volta il marito che portava la
gerla e potava per lei, poi il padre ancora austriaco con la sua pipa
lunghissima e i baffoni alla zuava, poi il figlio quando partì soldato
che in divisa sembrava alto e grosso come un Carnera, poi la figlia
col grembiule a fiori sui fianchi e la nipotina con una margherita in
mano. Morti o, forse peggio, lontani e irraggiungibili.
Come la piccola fiammiferaia: un giro
alla polenta, una persona cara. Per questo gira lentamente, per non
farli sparire troppo presto.
Quando arriva il ragazzo con cevole,
patatis e il formaggio vecchio, toglie il paiolo dal fuoco e comincia
a preparare il Frico. Sbuccia una patata e la grattugia con quelle grattugie
a forma di parallelepipedo alto che hanno fori sui 4 lati verticali.
E poi il formaggio (tanta patata quanto formaggio). Che ci sarebbe da
metterci il Montasio ma in realtà il Frico è' stato inventato per
recuperare gli avanzi dei formaggi. Quegli ultimi spicchi che restano
vicino alla crosta e che insomma non sta mica tanto bene portare in
tavola gli avanzi. O anche le strissulis,
quelle che vengono tagliate via dalla forma al momento di mettere a
stagionare la cagliata. L'importante è che siano formaggi grassi e
un po' stagionati. Al Frico non si aggiungono né burro né olio, quella
del formaggio è l'unica componente grassa in padella.
Anche il formaggio (residui, strissulis o quel che
è) va grattugiato ma non come quello che si mette sulla pasta. Va piuttosto
grattato che grattugiato. Sempre con la grattugia a parallelepipedo
usando i fori non troppo piccoli. Formaggio e patata vanno mescolati
e messi in una padella di ferro, pesante, niente teflon, ceramica o
cose così. Ne va disposto uno strato spesso a coprire bene e completamente
il fondo della padella già calda. Poi sopra, più concentrata sul centro,
mezza cipolla tritata grossolanamente
e sopra ancora, a ricoprire, un secondo strato di patata e formaggio,
in ultimo ancora una manciata abbondante di solo formaggio in cima.
Il tutto va schiacciato e compattato col palmo della mano e lasciato
cuocere a fuoco dolce sino a fargli fare una crosta tostata sul fondo.
Poi si gira con un colpo di polso preciso per fare la stessa crosta
anche dall'altra parte. Una volta cotto, per assorbire il grasso in
eccesso ceduto dal formaggio, si fa riposare per qualche minuto su un
foglio di carta gialla da frittura.
Il Frico, raffreddato e tagliato a quarti,
si mangia accanto a un mestolo di polenta quella invece bollente.
Qualcuno al giorno d'oggi però
lo fa solo col formaggio, uno qualunque, e lo modella a guisa di cestino
che poi riempie con funghi, riso o spaghetti inventandone una versione
meno montanara e più chic.
Lo immaginasse soltanto la Teresa che
giù in città lo mangiano così nei posti di lusso gli
tirerebbe una roncolata.
- Leggi i precedenti articoli della rubrica "Terzo girone - In cucina con Chourmo"
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