Ci
siamo.
Culmina
il Sole ogni giorno più in basso.
Per
i più ombrosi non si può quasi dire che sorga o tramonti.
Si
limita a far capolino, timido e introverso. Non è che sia svogliato.
Anzi. Ci prova ogni mattina con abnegazione. Raduna tutte le sue
forze e prova a venir su. Ma quando, sempre più raramente, riesce a
emergere da infiniti strati di grigio, il risultato è pallido. Le
sue tracce sul terreno non sono più frontiere nette e decise tra
luce e buio. Piuttosto confini sfumati, quasi impercettibili e
indeterminati.
È
quasi vinto il Sole, sempre più mestamente si abbassa, quasi in
ginocchio.
La
Terra ne risente, si inzuppa, si gonfia e ingiallisce come le pagine
di un libro dimenticato in basso su uno scaffale e abbandonato
all'umidità. I suoi profumi sono sopraffatti dall'odore di
muffa, di pioggia, di bucato che non asciuga. E colori virano
improvvisamente, come su una gigantesca cartina al tornasole, al
grigiobruno.
È
Demetra (Cerere) che, come ogni anno, piange il ritorno di Persefone
(Proserpina) all'Orco.
È
Cerere, figlia di Crono e Rea, sorella maggiore di Zeus. Dea-madre,
amore disinteressato, abbondanza, nutrimento, generosità, origine
stessa della vita. È straziata per il nuovo, terribile, distacco da
Persefane, la Dea-bambina, figlia amatissima e prediletta.
Ed
ecco allora Cerere incupirsi e piangere piogge infinite, urlare
folate di vento gelido, smettere la veste d'oro e velarsi a lutto.
È
una ferita che si riapre, anno dopo anno, dalla notte dei tempi.
Fu
una sfolgorante mattina di fine Ottobre che la signora delle messi,
dei semi e dei raccolti, dopo aver donato nella stagione estiva agli
uomini le spighe, era intenta a spargere sulla Terra i nuovi semi
della stagione, i frutti della vite, del melograno, del mandorlo, del
nocciolo.
Non
esisteva a quel tempo ancora inverno o brutta stagione e così la sua
Proserpina era intenta a ornarsi di fiori i capelli usando per suo
specchio le acque del lago di Pergusa.
Ignorava
la giovane Dea che quel lago fosse la porta di accesso agli Inferi.
Sicché dagli abissi, usando da parte opposta quelle stesse acque
come vetro, il signore delle ombre, Ade (Plutone) rimase accecato
dalla vista della giovane Dea. Sorse dunque ratto dal suo regno di
tenebre e la strappò alla Terra per farla sua sposa.
Tornò
dopo poco a cercarla, Cerere. E fu Elios, lo stesso Sole, rabbuiato,
a rivelarle il rapimento. Affida subito la Dea dapprima a tutti i
venti i suoi richiami, poi, furibonda di rabbia, realizza che la sua
Persefone non è più sulla Terra, ne è sicura.
Rivolge
allora le sue suppliche all'Olimpo e le sue grida lacerano il
cielo. Ma da quello sconfinato Pantheon non le viene in soccorso
alcuno tra gli Dei maschili. Fieri, virili, ambiziosi, troppo
distratti da sterili guerre, vendette meschine, infantili gelosie e
sordide trame. Pigri e inclini per loro deità ad ogni inganno.
Disposti a qualunque delitto. Pronti a prediligere o straziare inermi
burattini mortali solo per l'ultimo prevalere sull'altro, per il
dominio ultimo del mondo. Non c'è nessuno di loro a confessare e
riparare la terribile offesa del mostruoso Ade.
Nel
frattempo Persefone è prigioniera di un incubo che non ha risveglio
e le fa maledire la sua nascita e la sua stessa natura divina che le
impedisce di morire. Ha freddo e fame ma non può accettare ciò che
belva Plutone le offre. Ogni cosa in quell'orrido sa di dolore,
malvagità e morte e il solo toccarlo la contaminerebbe per sempre.
Nel
frattempo Cerere scatena la sua furia cieca sulla Terra e sui
mortali, che pure sino ad allora aveva favorito, urlando a Zeus la
sua terribile minaccia di far morire se stessa e con sé la stessa
Terra, annientando il genere umano. Che misero dio sarebbe stato
senza nessun mortale ad adorarlo?
Quando
finalmente, destato dai suoi ozi, non già per pietà e certo più
per gusto di onnipotenza che per guarire il cuore della sorella, Zeus
promette di intercedere con Ade è ormai troppo tardi. La giovane,
stremata dal confino tra le ombre, ha ceduto alfine alla fame e ha
assaggiato 4 chicchi di melograno. È ormai contaminata e non può
più lasciare il regno delle tenebre. L'onnipotente dio, questa volta
forse commosso, o forse più probabilmente geloso, emette la sua
salomonica sentenza. Persefone sarebbe stata nell'Orco solo per
quattro mesi all'anno, uno per ogni chicco di melograno mangiato.
Per i restanti otto sarebbe stata libera di riabbracciare la madre
sulla Terra.
Il
mito si è tramandato dalla notte dei tempi in tutte le culture
italiche pagane e preromane. Culture femmine, preesistenti alla
stessa scrittura o mescolate da scritture e lingue molto diverse. In
cui il tradunt era giocoforza orale e quindi patrimonio delle donne, che vivevano
più a lungo e che da sempre hanno venerato Cerere, Dea-madre delle
messi e dei raccolti, prima, meglio e di più del Marte guerriero.
Sono
da allora le donne italiche a consolare Cerere e ad ingraziarsela
perché tolga presto le vesti del lutto e dell'inverno. Un mito che
ha resistito alla latinizzazione del territorio e alla
cristianizzazione delle mitologie e delle credenze, passato di madre
in figlia non in latino ma in Osco tra Sanniti, Vestini, Frentani,
Peligni e Marsi, in Messapico (che è quasi Illirico) tra Apuli,
Dauni e Enotri e più giù in Sicilia nell'oscura lingua dei Sicani.
Le
donne di quelle terre ancora oggi celebrano un rito antichissimo di
offerta e di conforto alla Dea, facendole dono di un dolce di....
semi. C'è il grano cotto, o per alcune il farro che è il più antico cereale coltivato sulla Terra, nutrimento per gli
umani sin dal neolitico. Ci sono gli acini d'uva, che custodiscono
i semi della vite autunnale. Il melograno di fertilità e abbondanza
a ricordarle i soli quattro mesi di esilio di Persefone. E poi
mandorle e noci, altre sementi invernali. Si mescola il grano cotto
ai chicchi di melograno, le mandorle e i gherigli di noci appena
tostati e sminuzzati, i chicchi d'uva snocciolati. In tempi più
moderni si sono aggiunti pezzetti di cioccolato fondente e una
spolverata di cacao amaro. Il tutto è amalgamato con abbondanti
mestolate di vin cotto di fichi, fatto da fichi ben maturi (possono
usarsi anche quelli secchi rinvenuti in acqua) lasciati disfare in
poca acqua a fuoco dolce, passati in un setaccio per ricavarne un
liquido da fare poi addensare per tempi lunghissimi al fuoco su una
pentola d'acciaio sino a quando
risulti denso
e filante.
Ogni
anno sul calare di ottobre, con l'avvicinarsi dei terribili quattro
mesi invernali, sono le donne italiche di Abruzzi, Molise, Puglia e
Sicilia che ricordano a Cerere che sua la piaga non sarà eterna, per
non farle perdere la speranza che possa rimarginarsi, che una nuova
stagione dopo quattro lune, possa restituire a lei Proserpina e alla
Terra la vita.
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2011/11/06 12:11:36 Chourmo ! Beh, intanto grazie (a entrambi),
poi farlo e' facilissimo. Scegli il quantitativo di farro. Lo fai bollire come per farci un'insalata ma nell'acqua metti un po' di zucchero (pochissimo, e' un dolce arcaico, precedente anche allo zucchero) uno stecco di cannella, uno o due (dipende da quanto farro) chiodi di garofano, una scorzetta d'arancia. Una volta cotto, scolato (recupera ed elimina chiodi, scorza e cannella) e raffreddato, lo amalgami al resto degli ingredienti. Per ultimi metti i grani del melograno. Il vin cotto lo puoi fare, in mancanza di fichi freschi, cucendo tre fichi secchi in mezzo litro di vino, facendo ridurre il liquido, sfare i fichi e filtrando il risultato.
Ciao e a presto
Chourmo
2011/11/02 19:11:17 marco g E' un racconto bellissimo , per giunta e' scritto pure molto bene e mi sono commossa ed identificata ........ ma come cacchio faccio a fare questo dolce ? Cecilia
2011/11/02 17:11:54 marco g bravo chourmo, ci piace sentirti raccontare storie che già conosciamo, ci piacciono le storie e come scegli le parole!
grazie.