28/10/11 11:01 | autore: Chourmo Stampa

La nascita delle stagioni 3

Un dolce di autunno che consoli la madre Terra

7c866c7f083ea3916b50e853fc634d79

Ci siamo.

Culmina il Sole ogni giorno più in basso.

Per i più ombrosi non si può quasi dire che sorga o tramonti.

Si limita a far capolino, timido e introverso. Non è che sia svogliato. Anzi. Ci prova ogni mattina con abnegazione. Raduna tutte le sue forze e prova a venir su. Ma quando, sempre più raramente, riesce a emergere da infiniti strati di grigio, il risultato è pallido. Le sue tracce sul terreno non sono più frontiere nette e decise tra luce e buio. Piuttosto confini sfumati, quasi impercettibili e indeterminati.

È quasi vinto il Sole, sempre più mestamente si abbassa, quasi in ginocchio.

La Terra ne risente, si inzuppa, si gonfia e ingiallisce come le pagine di un libro dimenticato in basso su uno scaffale e abbandonato all'umidità. I suoi profumi sono sopraffatti dall'odore di muffa, di pioggia, di bucato che non asciuga. E colori virano improvvisamente, come su una gigantesca cartina al tornasole, al grigiobruno.

È Demetra (Cerere) che, come ogni anno, piange il ritorno di Persefone (Proserpina) all'Orco.

È Cerere, figlia di Crono e Rea, sorella maggiore di Zeus. Dea-madre, amore disinteressato, abbondanza, nutrimento, generosità, origine stessa della vita. È straziata per il nuovo, terribile, distacco da Persefane, la Dea-bambina, figlia amatissima e prediletta.

Ed ecco allora Cerere incupirsi e piangere piogge infinite, urlare folate di vento gelido, smettere la veste d'oro e velarsi a lutto.

È una ferita che si riapre, anno dopo anno, dalla notte dei tempi.

Fu una sfolgorante mattina di fine Ottobre che la signora delle messi, dei semi e dei raccolti, dopo aver donato nella stagione estiva agli uomini le spighe, era intenta a spargere sulla Terra i nuovi semi della stagione, i frutti della vite, del melograno, del mandorlo, del nocciolo.

Non esisteva a quel tempo ancora inverno o brutta stagione e così la sua Proserpina era intenta a ornarsi di fiori i capelli usando per suo specchio le acque del lago di Pergusa.

Ignorava la giovane Dea che quel lago fosse la porta di accesso agli Inferi. Sicché dagli abissi, usando da parte opposta quelle stesse acque come vetro, il signore delle ombre, Ade (Plutone) rimase accecato dalla vista della giovane Dea. Sorse dunque ratto dal suo regno di tenebre e la strappò alla Terra per farla sua sposa.

Tornò dopo poco a cercarla, Cerere. E fu Elios, lo stesso Sole, rabbuiato, a rivelarle il rapimento. Affida subito la Dea dapprima a tutti i venti i suoi richiami, poi, furibonda di rabbia, realizza che la sua Persefone non è più sulla Terra, ne è sicura.

Rivolge allora le sue suppliche all'Olimpo e le sue grida lacerano il cielo. Ma da quello sconfinato Pantheon non le viene in soccorso alcuno tra gli Dei maschili. Fieri, virili, ambiziosi, troppo distratti da sterili guerre, vendette meschine, infantili gelosie e sordide trame. Pigri e inclini per loro deità ad ogni inganno. Disposti a qualunque delitto. Pronti a prediligere o straziare inermi burattini mortali solo per l'ultimo prevalere sull'altro, per il dominio ultimo del mondo. Non c'è nessuno di loro a confessare e riparare la terribile offesa del mostruoso Ade.

Nel frattempo Persefone è prigioniera di un incubo che non ha risveglio e le fa maledire la sua nascita e la sua stessa natura divina che le impedisce di morire. Ha freddo e fame ma non può accettare ciò che belva Plutone le offre. Ogni cosa in quell'orrido sa di dolore, malvagità e morte e il solo toccarlo la contaminerebbe per sempre.

Nel frattempo Cerere scatena la sua furia cieca sulla Terra e sui mortali, che pure sino ad allora aveva favorito, urlando a Zeus la sua terribile minaccia di far morire se stessa e con sé la stessa Terra, annientando il genere umano. Che misero dio sarebbe stato senza nessun mortale ad adorarlo?

Quando finalmente, destato dai suoi ozi, non già per pietà e certo più per gusto di onnipotenza che per guarire il cuore della sorella, Zeus promette di intercedere con Ade è ormai troppo tardi. La giovane, stremata dal confino tra le ombre, ha ceduto alfine alla fame e ha assaggiato 4 chicchi di melograno. È ormai contaminata e non può più lasciare il regno delle tenebre. L'onnipotente dio, questa volta forse commosso, o forse più probabilmente geloso, emette la sua salomonica sentenza. Persefone sarebbe stata nell'Orco solo per quattro mesi all'anno, uno per ogni chicco di melograno mangiato. Per i restanti otto sarebbe stata libera di riabbracciare la madre sulla Terra.

Il mito si è tramandato dalla notte dei tempi in tutte le culture italiche pagane e preromane. Culture femmine, preesistenti alla stessa scrittura o mescolate da scritture e lingue molto diverse. In cui il tradunt era giocoforza orale e quindi patrimonio delle donne, che vivevano più a lungo e che da sempre hanno venerato Cerere, Dea-madre delle messi e dei raccolti, prima, meglio e di più del Marte guerriero.

Sono da allora le donne italiche a consolare Cerere e ad ingraziarsela perché tolga presto le vesti del lutto e dell'inverno. Un mito che ha resistito alla latinizzazione del territorio e alla cristianizzazione delle mitologie e delle credenze, passato di madre in figlia non in latino ma in Osco tra Sanniti, Vestini, Frentani, Peligni e Marsi, in Messapico (che è quasi Illirico) tra Apuli, Dauni e Enotri e più giù in Sicilia nell'oscura lingua dei Sicani.

Le donne di quelle terre ancora oggi celebrano un rito antichissimo di offerta e di conforto alla Dea, facendole dono di un dolce di.... semi. C'è il grano cotto, o per alcune il farro che è il più antico cereale coltivato sulla Terra, nutrimento per gli umani sin dal neolitico. Ci sono gli acini d'uva, che custodiscono i semi della vite autunnale. Il melograno di fertilità e abbondanza a ricordarle i soli quattro mesi di esilio di Persefone. E poi mandorle e noci, altre sementi invernali. Si mescola il grano cotto ai chicchi di melograno, le mandorle e i gherigli di noci appena tostati e sminuzzati, i chicchi d'uva snocciolati. In tempi più moderni si sono aggiunti pezzetti di cioccolato fondente e una spolverata di cacao amaro. Il tutto è amalgamato con abbondanti mestolate di vin cotto di fichi, fatto da fichi ben maturi (possono usarsi anche quelli secchi rinvenuti in acqua) lasciati disfare in poca acqua a fuoco dolce, passati in un setaccio per ricavarne un liquido da fare poi addensare per tempi lunghissimi al fuoco su una pentola d'acciaio sino a quando risulti denso e filante.

Ogni anno sul calare di ottobre, con l'avvicinarsi dei terribili quattro mesi invernali, sono le donne italiche di Abruzzi, Molise, Puglia e Sicilia che ricordano a Cerere che sua la piaga non sarà eterna, per non farle perdere la speranza che possa rimarginarsi, che una nuova stagione dopo quattro lune, possa restituire a lei Proserpina e alla Terra la vita.

Questo articolo contiene 3 commenti.

Clicca qui per lasciare il tuo commento.

2011/11/06 12:11:36 Chourmo ! Beh, intanto grazie (a entrambi),
poi farlo e' facilissimo. Scegli il quantitativo di farro. Lo fai bollire come per farci un'insalata ma nell'acqua metti un po' di zucchero (pochissimo, e' un dolce arcaico, precedente anche allo zucchero) uno stecco di cannella, uno o due (dipende da quanto farro) chiodi di garofano, una scorzetta d'arancia. Una volta cotto, scolato (recupera ed elimina chiodi, scorza e cannella) e raffreddato, lo amalgami al resto degli ingredienti. Per ultimi metti i grani del melograno. Il vin cotto lo puoi fare, in mancanza di fichi freschi, cucendo tre fichi secchi in mezzo litro di vino, facendo ridurre il liquido, sfare i fichi e filtrando il risultato.
Ciao e a presto
Chourmo

2011/11/02 19:11:17 marco g E' un racconto bellissimo , per giunta e' scritto pure molto bene e mi sono commossa ed identificata ........ ma come cacchio faccio a fare questo dolce ? Cecilia

2011/11/02 17:11:54 marco g bravo chourmo, ci piace sentirti raccontare storie che già conosciamo, ci piacciono le storie e come scegli le parole!
grazie.

Bombe a Brindisi. Don Ciotti: "Attacco alla società civile" - di

La Vignetta - Luca Ricciarelli

6083daeee7f000ff9e92a831be23c1fc
Blocco_lettori