Nel suo Ribelli
con Stile Matteo Guarnaccia, osservatore di culture marginali, alternative,
underground, rileva come tra le subculture giovanili (più o meno ribelli)
da fine ottocento ad oggi, gli unici prodotti genuinamente italici siano
stati gli squadristi e i paninari. Non chiedendosi, forse per paura
della risposta, se ci sia da vergognarsi più dei primi o dei secondi.
Senza nessun anelito di ribellione,
alcuna pulsione di cambiare il mondo e forse nemmeno il suo guardaroba,
Giacomo conduce una esistenza assolutamente ordinaria. Rozzano, periferia
ovest milanese, non ancora i laghetti di Milano3 ma nemmeno i casermoni
di Buccinasco, né bella né brutta, più che altro lontana. Figlio
unico di una coppia anzianotta, scuole elementari e medie con poco da
ricordare, liceo scientifico a Corsico (ma solo perché veniva di strada
al padre) e un lieve e generico interesse per l'arte. Più ripiego che
scelta. Aveva cominciato infatti ad usarla come scusa per sottrarsi
allo shopping nei centri commerciali, al terzo anello al Meazza, al
calcetto con gli amici o alle notti in discoteca. Così si ritrovava
a vagare in qualche mostra, ogni tanto di passaggio alla triennale,
qualche vecchio film di Kaurismaki e Truffaut, e due o tre conoscenze
(buongiorno e buonasera) alla Fondazione Rudh.
Quando, dopo il liceo, preferì architettura
ad una più rassicurante Ingegneria, la scelta sembrò quasi scontata.
Oggi è un ventitreenne appena fuori
corso che si fa tutte le mattine dieci minuti a piedi sino alla fermata
del 328. Poi Quattro fermate attaccato al corrimano e poi sottoterra
per la M2, direzione Cologno, che lo rigurgita, dopo quindici interminabili
stazioni, sull'erba spelacchiata di piazzale Piola, zona Città Studi.
Più o meno un'ora e mezzo di tragitto da ripetere la sera in senso
inverso.
Per i suoi compagni di corso è semplicemente
Giac (il cognome non se lo ricorda nessuno). Giac e non Jack che farebbe
virile scaricatore sui docks di Liverpool, tutto muscoli, tatuaggi e
mani grandi come badili. E nemmeno Jacques, troppo bohemien e fascino
maledetto. Stereotipi assai distanti da un tipo normale come lui.
Giac, chissà forse perché aggiungere la seconda parte del nome sembra
quasi outing. Già perché tra l'altro, a memoria, nessuno l'ha mai
visto con una ragazza, non che questo costituisca un problema nel giro
dei suoi compagni di corso, anzi.
Quello per cui tendono a metterlo
in disparte sono piuttosto quegli orribili capelli fragili, color paglia
bagnata, appiccicati sulla fronte da un eccessiva produzione sebacea
che li fa sembrare perennemente unti. O quella giacca di velluto a coste
con le toppe ton-sur-ton ai gomiti e le maniche e le gambe dei
pantaloni perennemente stropicciate come fisarmoniche afone. O
ancora quella assurda mania delle bretelle che, insomma, sì ecco, mettono
ancor più in risalto una certa rotondità di bacino che fa pendant
con quella del viso, punteggiato da rari e isolati fili di barba che
sembrano sopravvissuti a un diserbante più che a un rasoio. E poche
o nulle conoscenze da esibire.
I suoi colleghi invece, nonostante
abbiano davanti ancora molti più esami di Giac, vantano già frequentazioni
importanti, stages con Fuksas e Boeri, piccole collaborazioni per allestimenti
negli angoli più in vista della città che li fanno atteggiare a giovani
architetti in carriera.
Come tali vanno in giro e soprattutto
mangiano, in pausa pranzo. Quando il tempo lo permette, due passi in
giro rapidi fuori dal campus alternando Fusion, Sushi, Minimal, destrutturazioni,
ricostruzioni e centrifugati di sedano o carote con certificazione bio.
Altrimenti un paio di barrette e una quarantina di vasche alla Piscina
Romano, proprio accanto al mastodonte di cemento e vetro disegnato dal
brutalista Vittoriano Viganò, un archistar ante-litteram.
O anche semplicemente un caffè, accompagnato
da un infinito name-dropping di nomi di grandi chef, designer
della gastronomia italiana e lombarda. Un lungo scioglilingua di Cracco,
Beck, Oldani, Bottura, e Marchesi.
Per la cucina hanno la stessa attrazione
che un culo ha per una siringa, ma il principe della cucina italiana
è da sempre il loro riferimento. Sarà per quel suo modo di comporre
il cibo, piccole esposizioni di colori in immacolate cornici circolari
o per quella sua vocazione artistica mai nascosta. Fatto sta che nella
primavera del 2010 restano folgorati dalla mostra dedicata alla sua
esperienza creativa tra arte e cucina al Castello Sforzesco e di proprio
questa fine estate hanno fatto i salti mortali per essere tra i pochi
ammessi al pellegrinaggio su per la Milano-Laghi sino a Erbusco: Gualtiero Marchesi espone quattro artisti
a tavola. Quattro piatti liberamente ispirati a Pollock, Hsiao Chin,
Lucio Fontana e Velasco. Evento dell'autunno milanese per la miseria
di 130 euro a persona. Che è niente per assistere a un'opera prima,
alla creazione unica e irripetibile di un Maestro.
Per tutto ciò ovviamente Giac non
viene nemmeno preso in considerazione. Un po' per il suo look e le sue
forme decisamente poco trendy ma soprattutto perché non fa mistero
di alimentarsi presso quelle inavvicinabili cattedrali del cattivo gusto. Dalla A alla M, gli ridacchiano dietro quando lo vedono trotterellare
verso corso Buenos Aires. La A è quella titanica in acciaio rosso-ceralacca
che sormonta la facciata della facoltà, la M quella assai meno
nobile (e per fortuna più piccola) del McDonald Loreto dove Giac si
assicura il suo primo Mc-menù della giornata. Il secondo lo consuma
cenando lungo le 16 fermate da Loreto a Assago, sì, sottoterra. D'altra
parte quelle oltre due ore di metro e mezzi pubblici bisogna sfruttarle
in qualche modo. Mc-cibo e sotterranei sono i maggiori indiziati
per la sua pinguedine e per una strana astenia che gli fa eseguire con
lentezza esasperante anche i movimenti più semplici, facendolo apparire
perennemente spossato e privo di forze.
Mentre i suoi amici discutono del
sublime contenuto nella creazione Riso
e Oro del grande Chef (un risotto allo zafferano con sopra un quadratino
di oro alimentare a 24k), -il suo
piatto più bello -la solarità
del Riso e Oro trovo che sia svettante -il
piatto che meglio riproduce il suo
concetto di bellezza, lui li raggiunge finendo il suo big-mac.
Un
perdente, è la cosa più carina che pensano di lui.
Almeno sino al 5 ottobre di quest'anno.
Sino a quando il Maestro, l'archistar
del cibo, il principe dei cuochi italiani, il guru della cucina artistica,
espone in pompa magna le sue ultime creazioni, il Vivace, l'Adagio e il Minuetto (che sembrano nomi da Trenitalia, specie
l'Adagio, ma invece sono due panini e un mini-tiramisù).
Colui che sdegnosamente ha rifiutato
le stelle della guida Michelin perché gli stavano troppo strette ha
concesso il suo prezioso imprimatur a due... panini. Non certo
a due panini qualunque. No. A due hamburger di McDonald!
Sì, proprio la multinazionale dello
junk-food, il cibo spazzatura per eccellenza, la responsabile dell'obesità
di milioni di americani è stata sdoganata dalla firma del più prestigioso
e rinomato degli chef italiani. McItaly si chiama il progetto, lanciato
nel 2008 e culminato con l'operazione Gualtiero Marchesi.
Vivace (bacon, spinaci saltati, cipolla
marinata, hamburger bovino e maionese con grani di senape) e Adagio
(pane ricoperto di mandorle a pezzetti, mousse di melanzane, pomodori
a fette, melanzane in agrodolce, hamburger bovino e ricotta salata).
È pessima l'operazione McItaly. Dà
l'illusione che il Mc-cibo non sia più solo quello schifo di cui si
sente il puzzo a metri e metri di distanza dai fast-food che ora chiamano,
in maniera più rassicurante, ristoranti. La firma di uno chef come
Marchesi fa intendere che esista un Mc-food con un'attenzione a sapori,
tradizioni e ingredienti del Bel Paese, che avvicini la produzione industriale
all'artigianalità e all'alta cucina.
Cos'è stato? La vecchiaia? I
soldi? La sensazione di potersi permettere qualunque cosa? Quanto possono
aver offerto a uno che poteva chiedere qualunque cifra per un risotto
allo zafferano con sopra una pagliuzza d'oro?
A me Gualtiero Marchesi mi era sempre
rimasto un po' antipatico. Va bene la sperimentazione, la destrutturazione,
il molecolare, va bene anche la spuma
di pane su crostino d'anatra (prima o poi la faccio e la regalo
a un mio amico scrittore, giuro!). Mi piacciono, sono esercizi di stile
come quelli di Queneau, hanno un loro valore.
Ma che accidenti di sapore aggiunge al
risotto una pagliuzza d'oro a 24 carati?
A me, l'hamburger, se lo voglio strano,
piace farlo sfilettando una palamita, battendone 300 grammi di polpa
con 50 di lardo di colonnata, sale, pepe, un ricciolo di buccia di limone
verde non trattato, mettendolo infine in forma tonda con un coppapasta
e cuocendolo tra due foglie di limone. Alla faccia di Vivace e Adagio.
A me Gualtiero Marchesi mi era sempre
stato sulle scatole, ora so anche perché.
- Leggi le precedenti puntate di "Terzo Girone" in cucina con Chourrmo
Questo articolo contiene 2 commenti.
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2011/11/09 16:11:21 drugo lebowski Esimii dott. Chourmo e Di Pietro,
anche il sottoscritto ha vissuto gli anni '80 e gli inizi degli anni '90...
Certo, a quei tempi ero un bimbotto un po' strafottente, ma fortunatamente poi ho vissuto anche la metà e la fine degli anni '90, e poi gli anni '00 e l'inizio di questa enigmatica nuova decade, riprendendomi da un brutto andazzo.
Così, col passare del tempo sono diventato strafottente, polemico, cinico, paraculo, insensibile e anche parecchio stronzo.
Spero che mi vorrete bene lo stesso.
Del resto anch'io apprezzo molto questo articolo e disprezzo D'Agostino.
2011/11/07 18:11:23 Marcello Di Pietro Concordo con il dott. Chourmo su tutta la linea. Una sola nota dissonante, più blue jazz dato che siamo in vena di stili e controstili.
Il libro di Matteo Guarnaccia, che consiglio caldamente, riporta effettivamente come culture marginali italiane quelle già citate nell'articolo ma non analizza altre realtà che più che subculture identificherei con look modaioli.
Chi come il sottoscritto, e il dott. Chourmo, ha vissuto gli anni '80 e gli inzi degli anni '90 non può non dimenicare alcuni stili e mode non riportate (secondo me volutamente) dal Guarnaccia come: i dark (o post punk con derive ultimamente "emo"), i metallari, le madonnare, le amanti di Simon Le Bon e dei Duran Duran...gruppo che odiavo già allora, i break-dancers, quelle "del quarto d'ora" tipica del Tempo delle Mele, etc. Soprattutto, vanno citati con formato tutto o quasi italian style: gli yuppies (sicuramente di connotazione inglese ma con sfumature tutte italiane...famosa la satira-caricatura presentata in un programma di terz'ordine come "Drive in"), i nuovi ricchi (stile dandy) e i nuovi poveri (pseudo-intellettuali proletarizzati). Questi ultimi stili sono citati in un libro pessimo (come quasi tutti quelli di Roberto D'Agostino), a differenza del libro di Matteo Guarnaccia, che comprai al liceo e che ho volutamente lasciato ai mei in Sicilia.
Il titolo dovrebbe essere questo:
Roberto D'Agostino, Look parade. Mode e stravaganze degli anni '80, Sperling & Kupfer, 1986
Se lo trovate in qualche bancarella non compratelo.
Marcello
(un ex comunista anarchico)