Odio il calcio. No, per meglio dire
odio il calcio moderno.
Non sono stati i soldi, la violenza
negli stadi, il doping, le partite truccate, gli arbitri prezzolati,
il gioco inguardabile, il pressing, le squadre molto corte o le ripartenze.
Lo odio da quando sui campi di calcio
sono cominciate ad apparire maglie con numeri improbabili. Sedici, diciannove,
ventisette. Sempre più alti. Sino ai moderni sessantaquattro, ottantuno,
novantanove. È stato quel florilegio di cifre a farmi allontanare.
E non tanto perché è ridicolo vedere
un enorme sessantanove sulle spalle di un nanerottolo di centrocampo
(basterebbe). Ma più perché è immorale vedere un difensore col numero
7 sostituito da un attaccante col numero 3 sulle spalle.
Perché una volta, in tutte le partite
del mondo, se usciva il 10 e entrava il 13 era subito chiaro a tutti
che c'era da difendersi. Poi il portiere faceva il portiere, il terzino
sinistro (3) rincorreva l'ala destra (7), lo stopper (5) si attaccava
al centravanti (9), il mediano (4) picchiava la mezzala geniale (10),
le due mezzali rimaste (8) si rincorrevano tra loro e poi c'era il libero
(6), che poteva, a seconda della qualità del piede, buttare la palla
oltre la tribuna o avanzare ragionando verso il campo avverso, petto
orgogliosamente in fuori, testa alta e palla incollata al piede.
Io però odio il calcio soprattutto
per la scomparsa del numero undici.
Il numero undici nel calcio non è
mai stato un numero come gli altri dieci.
Era quello che gli altoparlanti dello
stadio o i tele(radio)cronisti annunciavano per l'ultimo nello scioglilingua
che partiva quasi in sordina, sottovoce (Jascin..,) poi (DjalmaSantos,
NiltonSantos...) cresceva di tono (Bedin, Guarneri, Picchi...) per poi
fondersi nel finale quasi urlato col boato delle folle (... Puskas,
DiStefano, Gento!).
Chi pensasse che quell'ultimo fragore
di tuono che veniva fuori da centomila cuori fosse per l'intera squadra
si sbaglia.
L'esplosione delle gradinate era tutta
per l'ala sinistra, il numero undici.
Non ce l'avevano tutte le squadre.
Certo, c'era sempre un giocatore con l'11 sulla maglia. Ma i numeri
undici erano pochi. Erano quelli che si attaccavano alla linea laterale
due metri dietro la linea di centro campo, alzavano il braccio per chiedere
palla ai mediani, si giravano in un lampo e cominciavano a scivolare
sul prato. Finta, dribbla, scarta e salta l'uomo, riprende a correre,
si ferma in surplace per mandarne fuori tempo un altro, poi riprende,
doppio passo, fuori un altro, sempre volando, sempre attaccato alla
traccia di gesso bianco sul prato verso l'ultima bandierina del campo,
era quello il numero undici.
Il numero undici è l'utopia al potere
prima ancora della fantasia, il diverso, quello che insegna agli altri
ciò che devono sognare, che fa quello che non sapevano di poter immaginare.
È l'anarchia ordinata che lascia a bocca aperta chi si trova a guardare,
che fa il pieno sugli spalti. Il numero undici sulle spalle è quasi
un'investitura, e non è da tutti.
Il numero undici, quando è arrivato
il riflusso, nel calcio l'hanno abolito.
Anche se ad essere onesti il calcio
moderno è solo quello che gli ha dato il colpo di grazia. Il primo
colpo glielo inflisse negli anni cinquanta Alfredo Foni, che dopo aver
vinto un mondiale da terzino arretrò, da invidioso allenatore, la sua
ala destra immiserendola ad ala-tornante.
E così, lentamente ma inesorabilmente
dall'altra parte, a sinistra, cominciò quella sciagurata trasformazione
che ha portato alla scomparsa del numero undici, all'involuzione dell'ala
sinistra a seconda punta. Il processo, forse non a caso, si completò
negli anni settanta, quelli del compromesso storico di Berlinguer. Con
l'annacquamento del PCI, il numero undici prese ad accentrarsi (Riva)
allontanandosi dalla linea laterale di sinistra (Pulici) per avvicinarsi
pericolosamente al centro(avanti) restando però per sempre una seconda
punta (Bettega). Perché la prima, il punto di riferimento, chi decideva,
è sempre stato il centro-avanti.
L'ex ala sinistra, ha smesso di essere
estrema per diventare punta secondaria e oggi, dopo la caduta del muro,
malinconicamente mezza-punta.
Eppure il primo, agli albori del secolo
scorso, era stato niente meno che Mumo Orsi, un tanguero argentino tutto
spruzzi di dribbling e arabeschi sul prato, che giocò con l'Argentina
la finale olimpica nel 1926, vinse i mondiali del 1934 da Italiano per
poi, tornato argentino, rigiocare le Olimpiadi del 1936. Uno che si
pagò i gli extra sul piroscafo da Baries a Genova sul ponte, una sterlina
a dribbling ai giganteschi marinai inglesi, inventori del football.
Il secondo fu un altro argentino,
questa volta purosangue, Enrique García, uno che vinse quasi da solo
due Campionati Sudamericani, percorrendo sulla fascia sinistra un paio
di circonferenze terrestri e nascondendo la palla a chiunque gli si
parasse di fronte. Il Chueco, lo storto per via delle gambe, fu celebrato
come Il Poeta dei mancini, e ancora oggi è lo spettacolo più bello
mai visto in Argentina con una linea bianca a fianco, più ancora di
Carlos Gardel.
Per terzo venne Makar Goncharenko
che forse nessuno lo sa ma fu l'ala sinistra della Dinamo Kiev, a cui
le SS occupanti intimarono di giocare, perdendo, contro un undici
nazista. Sotto le armi spianate il pomeriggio di domenica 9 agosto 1942
andò in scena la "partita della morte". Lui segnò due gol. A Kiev
sotto il suo monumento oggi c'è scritto semplicemente "A Makar Goncharenko,
uno che se lo merita".
Il quarto è Faas Wilkes, la Monna
Lisa di Amsterdam, il primo e il più virtuoso di tutti i numeri undici
olandesi da lì ad oggi. Quello per cui novanta minuti erano troppo
pochi per un football così meraviglioso.
Poi quinto è Carl Aage Præst, che
nei pomeriggi di vena sembrava posseduto tanto si muoveva. Certe volte,
dopo le partite su terreni soffici, la fascia dove aveva giocato Præst
appariva come arata: erano stati gli scarti e le scivolate del terzino
dribblato a scavare quelle trincee.
Sesto Zoltán Czibor, il numero undici
dell'Aranycsapat, la squadra d'oro. L'ala sinistra della più forte
squadra del mondo, 143 gol in 32 partite, che perse la finale mondiale
solo perché l'allenatore si incaponì a schierarlo a destra, la più
grande bestemmia mai vista su un campo di calcio.
Per settimo Francisco Gento, la tempesta
dei Cantabrici, il più veloce di tutti i tempi, il primo dei Galacticos.
Quello che smise di vincere coppe dei campioni solo dopo averne vinte
cinque consecutive. Poi però gli tornò la voglia e ne vinse una sesta,
quasi da solo, a trentatré anni ancora veloce come il vento.
Dopo, quasi per contrappasso, ottavo
Mario Corso, un tipo con la pancetta e quasi calvo che giocava solo
se a sinistra c'era l'ombra, altrimenti la guardava. Ma al terzino,
che sembrava sempre sul punto di sbranarlo, nascondeva la palla come
un prestigiatore e poi tirava così piano, ma così piano, che i portieri,
che non la prendevano mai, pensavano fosse animata quella palla.
Nono quasi uno sconosciuto, José
Macia Pepe, il primo numero undici immolato sull'altare della difesa.
Uno forte quanto Garrincha ma mancino, sempre sostituito da Zagallo
in quel Brasile sovrumano che aveva già in linea Garrincha, Didì,
Vavà e Pelè e un quinto marziano non c'entrava, leso calcio.
Decimo Dragan Džajic, il più grande
slavo di tutti i tempi. Lo zingaro che fece piangere Burgnich la roccia.
Poi però si commosse e dopo novantesimo la palla gliela mostrò. Un vero mago, disse di lui Pelè, mi
dispiace solo che non sia brasiliano,
perché non ho mai visto uno così.
Ultimo, undicesimo degli undici, il
migliore, Best, che in realtà giocava col 7 ma per sbaglio. La rivoluzione
del calcio, il quinto Beatle, il mondo che cambia. Uno che se non gli
piaceva come aveva dribblato il terzino, tornava indietro e lo saltava
di nuovo, ma questa volta con più stile. Un giorno confessò che gran
parte dei suoi soldi era finita in donne, alcol e droghe, e la parte
restante sperperata. Un ribelle sul campo e fuori. Uno che il suo miglior
dribbling lo fece in abito da sera, a Pelè che lo criticava per i suoi
stravizi. Sei fortunato, se io non fossi stato così, oggi nessuno si
ricorderebbe di te. Aveva ragione.
Il numero undici è stato il
sale del calcio.
E il sale, il sodio, è il numero
undici della materia. L'elemento con numero (atomico) undici, con undici
protoni. Sono proprio loro a far sì che sia il sodio, il sale della
Terra. In genere tutti ci cuociono il pesce in forno ma ci si possono
cuocere le verdure.
Quelle di stagione sono undici. Una
barbabietola, un piccolo broccolo, un carciofo, un ravanello, una carota,
un cavoletto di Bruxelles, uno scalogno, una patata (piccola), un topinambur,
una zucca (ma non intera) e una rapa bianca. Le verdure più grandi
e più dure (patata, rapa, barbabietola, carota, carciofo si tagliano
a metà o in quarti per lungo. Tutte, grandi e piccole si lavano e si
mondano. Poi si montano a neve ferma 200 grammi di albumi a cui se ne
aggiungono poi 200 di sale. Una parte si sparge sul fondo di una teglia,
si aggiungono le verdure che si ricoprono infine ancora con questo composto.
Si manda tutto in forno a 180 gradi
per una mezzoretta. Quindi si rompe la crosta e si spazzolano le verdure
dal sale residuo con un pennello, una spugnetta pulita o un panno. Si
aggiunge solo un giro d'olio del migliore o si usano per una bagnacauda.
- Leggi i precedenti articoli della rubrica "Terzo Girone - In cucina con Chourmo"
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