11/11/11 10:45 | autore: Chourmo Stampa

La scomparsa del numero undici 0

Barbabietola... Broccolo, Carciofo... Ravanello, Carota, Cavolo... Scalogno, Patata, Rapa, Zucca, Topinambur

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Odio il calcio. No, per meglio dire odio il calcio moderno.

Non sono stati i soldi, la violenza negli stadi, il doping, le partite truccate, gli arbitri prezzolati, il gioco inguardabile, il pressing, le squadre molto corte o le ripartenze.

Lo odio da quando sui campi di calcio sono cominciate ad apparire maglie con numeri improbabili. Sedici, diciannove, ventisette. Sempre più alti. Sino ai moderni sessantaquattro, ottantuno, novantanove.  È stato quel florilegio di cifre a farmi allontanare.

E non tanto perché è ridicolo vedere un enorme sessantanove sulle spalle di un nanerottolo di centrocampo (basterebbe). Ma più perché è immorale vedere un difensore col numero 7 sostituito da un attaccante col numero 3 sulle spalle.

Perché una volta, in tutte le partite del mondo, se usciva il 10 e entrava il 13 era subito chiaro a tutti che c'era da difendersi. Poi il portiere faceva il portiere, il terzino sinistro (3) rincorreva l'ala destra (7), lo stopper (5) si attaccava al centravanti (9), il mediano (4) picchiava la mezzala geniale (10), le due mezzali rimaste (8) si rincorrevano tra loro e poi c'era il libero (6), che poteva, a seconda della qualità del piede, buttare la palla oltre la tribuna o avanzare ragionando verso il campo avverso, petto orgogliosamente in fuori, testa alta e palla incollata al piede.

Io però odio il calcio soprattutto per la scomparsa del numero undici.

Il numero undici nel calcio non è mai stato un numero come gli altri dieci.

Era quello che gli altoparlanti dello stadio o i tele(radio)cronisti annunciavano per l'ultimo nello scioglilingua che partiva quasi in sordina, sottovoce (Jascin..,) poi (DjalmaSantos, NiltonSantos...) cresceva di tono (Bedin, Guarneri, Picchi...) per poi fondersi nel finale quasi urlato col boato delle folle (... Puskas, DiStefano, Gento!).

Chi pensasse che quell'ultimo fragore di tuono che veniva fuori da centomila cuori fosse per l'intera squadra si sbaglia.

L'esplosione delle gradinate era tutta per l'ala sinistra, il numero undici.

Non ce l'avevano tutte le squadre. Certo, c'era sempre un giocatore con l'11 sulla maglia. Ma i numeri undici erano pochi. Erano quelli che si attaccavano alla linea laterale due metri dietro la linea di centro campo, alzavano il braccio per chiedere palla ai mediani, si giravano in un lampo e cominciavano a scivolare sul prato. Finta, dribbla, scarta e salta l'uomo, riprende a correre, si ferma in surplace per mandarne fuori tempo un altro, poi riprende, doppio passo, fuori un altro, sempre volando, sempre attaccato alla traccia di gesso bianco sul prato verso l'ultima bandierina del campo, era quello il numero undici.

Il numero undici è l'utopia al potere prima ancora della fantasia, il diverso, quello che insegna agli altri ciò che devono sognare, che fa quello che non sapevano di poter immaginare. È l'anarchia ordinata che lascia a bocca aperta chi si trova a guardare, che fa il pieno sugli spalti. Il numero undici sulle spalle è quasi un'investitura, e non è da tutti.

Il numero undici, quando è arrivato il riflusso, nel calcio l'hanno abolito.

Anche se ad essere onesti il calcio moderno è solo quello che gli ha dato il colpo di grazia. Il primo colpo glielo inflisse negli anni cinquanta Alfredo Foni, che dopo aver vinto un mondiale da terzino arretrò, da invidioso allenatore, la sua ala destra immiserendola ad ala-tornante.

E così, lentamente ma inesorabilmente dall'altra parte, a sinistra, cominciò quella sciagurata trasformazione che ha portato alla scomparsa del numero undici, all'involuzione dell'ala sinistra a seconda punta. Il processo, forse non a caso, si completò negli anni settanta, quelli del compromesso storico di Berlinguer. Con l'annacquamento del PCI, il numero undici prese ad accentrarsi (Riva) allontanandosi dalla linea laterale di sinistra (Pulici) per avvicinarsi pericolosamente al centro(avanti) restando però per sempre una seconda punta (Bettega). Perché la prima, il punto di riferimento, chi decideva, è sempre stato il centro-avanti.

L'ex ala sinistra, ha smesso di essere estrema per diventare punta secondaria e oggi, dopo la caduta del muro, malinconicamente mezza-punta.

Eppure il primo, agli albori del secolo scorso, era stato niente meno che Mumo Orsi, un tanguero argentino tutto spruzzi di dribbling e arabeschi sul prato, che giocò con l'Argentina la finale olimpica nel 1926, vinse i mondiali del 1934 da Italiano per poi, tornato argentino, rigiocare le Olimpiadi del 1936. Uno che si pagò i gli extra sul piroscafo da Baries a Genova sul ponte, una sterlina a dribbling ai giganteschi marinai inglesi, inventori del football.

Il secondo fu un altro argentino, questa volta purosangue, Enrique García, uno che vinse quasi da solo due Campionati Sudamericani, percorrendo sulla fascia sinistra un paio di circonferenze terrestri e nascondendo la palla a chiunque gli si parasse di fronte. Il Chueco, lo storto per via delle gambe, fu celebrato come Il Poeta dei mancini, e ancora oggi è lo spettacolo più bello mai visto in Argentina con una linea bianca a fianco, più ancora di  Carlos Gardel.

Per terzo venne Makar Goncharenko che forse nessuno lo sa ma fu l'ala sinistra della Dinamo Kiev, a cui le SS occupanti  intimarono di giocare, perdendo, contro un undici nazista. Sotto le armi spianate il pomeriggio di domenica 9 agosto 1942 andò in scena la "partita della morte". Lui segnò due gol. A Kiev sotto il suo monumento oggi c'è scritto semplicemente "A Makar Goncharenko, uno che se lo merita".

Il quarto è Faas Wilkes, la Monna Lisa di Amsterdam, il primo e il più virtuoso di tutti i numeri undici olandesi da lì ad oggi. Quello per cui novanta minuti erano troppo pochi per un football così meraviglioso.

Poi quinto è Carl Aage Præst, che nei pomeriggi di vena sembrava posseduto tanto si muoveva. Certe volte, dopo le partite su terreni soffici, la fascia dove aveva giocato Præst appariva come arata: erano stati gli scarti e le scivolate del terzino dribblato a scavare quelle trincee.

Sesto Zoltán Czibor, il numero undici dell'Aranycsapat, la squadra d'oro. L'ala sinistra della più forte squadra del mondo, 143 gol in 32 partite, che perse la finale mondiale solo perché l'allenatore si incaponì a schierarlo a destra, la più grande bestemmia mai vista su un campo di calcio.

Per settimo Francisco Gento, la tempesta dei Cantabrici, il più veloce di tutti i tempi, il primo dei Galacticos. Quello che smise di vincere coppe dei campioni solo dopo averne vinte cinque consecutive. Poi però gli tornò la voglia e ne vinse una sesta, quasi da solo, a trentatré anni ancora veloce come il vento.

Dopo, quasi per contrappasso, ottavo Mario Corso, un tipo con la pancetta e quasi calvo che giocava solo se a sinistra c'era l'ombra, altrimenti la guardava. Ma al terzino, che sembrava sempre sul punto di sbranarlo, nascondeva la palla come un prestigiatore e poi tirava così piano, ma così piano, che i portieri, che non la prendevano mai, pensavano fosse animata quella palla.

Nono quasi uno sconosciuto, José Macia Pepe, il primo numero undici immolato sull'altare della difesa. Uno forte quanto Garrincha ma mancino, sempre sostituito da Zagallo in quel Brasile sovrumano che aveva già in linea Garrincha, Didì, Vavà e Pelè e un quinto marziano non c'entrava, leso calcio.

Decimo Dragan Džajic, il più grande slavo di tutti i tempi. Lo zingaro che fece piangere Burgnich la roccia. Poi però si commosse e dopo novantesimo la palla gliela mostrò. Un vero mago, disse di lui Pelè, mi dispiace solo che non sia brasiliano, perché non ho mai visto uno così.

Ultimo, undicesimo degli undici, il migliore, Best, che in realtà giocava col 7 ma per sbaglio. La rivoluzione del calcio, il quinto Beatle, il mondo che cambia. Uno che se non gli piaceva come aveva dribblato il terzino, tornava indietro e lo saltava di nuovo, ma questa volta con più stile. Un giorno confessò che gran parte dei suoi soldi era finita in donne, alcol e droghe, e la parte restante sperperata. Un ribelle sul campo e fuori. Uno che il suo miglior dribbling lo fece in abito da sera, a Pelè che lo criticava per i suoi stravizi. Sei fortunato, se io non fossi stato così, oggi nessuno si ricorderebbe di te. Aveva ragione.

Il numero undici è stato il sale del calcio.

E il sale, il sodio, è il numero undici della materia. L'elemento con numero (atomico) undici, con undici protoni. Sono proprio loro a far sì che sia il sodio, il sale della Terra. In genere tutti ci cuociono il pesce in forno ma ci si possono cuocere le verdure.

Quelle di stagione sono undici. Una barbabietola, un piccolo broccolo, un carciofo, un ravanello, una carota, un cavoletto di Bruxelles, uno scalogno, una patata (piccola), un topinambur, una zucca (ma non intera) e una rapa bianca. Le verdure più grandi e più dure (patata, rapa, barbabietola, carota, carciofo si tagliano a metà o in quarti per lungo. Tutte, grandi e piccole si lavano e si mondano. Poi si montano a neve ferma 200 grammi di albumi a cui se ne aggiungono poi 200 di sale. Una parte si sparge sul fondo di una teglia, si aggiungono le verdure che si ricoprono infine ancora con questo composto.

Si manda tutto in forno a 180 gradi per una mezzoretta. Quindi si rompe la crosta e si spazzolano le verdure dal sale residuo con un pennello, una spugnetta pulita o un panno. Si aggiunge solo un giro d'olio del migliore o si usano per una bagnacauda. 

- Leggi i precedenti articoli della rubrica "Terzo Girone - In cucina con Chourmo"

Bombe a Brindisi. Don Ciotti: "Attacco alla società civile" - di

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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