Avviamo su Pisanotizie oggi un ciclo di contributi e articoli sul tema della crisi globale che sta investendo il nostro paese, per cercare di capire e di riflettere insieme su quanto sta accadendo. Uno spazio di discussione che inauguriamo con l'intervento di Valerio Cerretano, laureato a Pisa presso il Dipartimento di Storia della Facoltà di Lettere e ora docente di Storia economica all'Università di Birmingham.
Il fatto che il nostro ingresso nell'euro, oltre a creare le condizioni per ulteriore sviluppo, ci avrebbe posto al riparo da attacchi speculativi è stato uno dei leit motiven più ripetuti nell'Italia della seconda repubblica.
Queste argomentazioni si stanno tuttavia sciogliendo molto rapidamente sotto il fuoco di una speculazione che non ha precedenti nella nostra storia patria e che sembra chiudere, anche simbolicamente, un ciclo storico caratterizzato da una forzata deindustrializzazione e da una marcata regressione economica.
Quale sbocco avrà la crisi in corso diventerà più chiaro nelle prossime settimane. L'ipotesi di un collasso della moneta unica - e, con esso, del dispiegarsi di una nuova ondata di fallimenti bancari e di una nuova recessione globale -, come Obama e il premier inglese Cameron hanno ripetutamente sostenuto nei giorni scorsi, è però tutt'altro che remota.
Secondo diverse fonti, ai tassi attuali d'interesse il Tesoro italiano dovrà rastrellare 300 miliardi di euro nel 2012 mentre il prossimo paese ad essere colpito a breve dalla speculazione sul debito sovrano sarà la Francia. Non sorprenda quindi il fatto che in questi giorni la Banca d'Inghilterra e il Tesoro Britannico stiano mettendo a punto piani finanziari in vista del crollo dell'euro.
‘Il momento della verità [per la zona euro] si sta avvicinando' ha dichiarato sibillino venerdì scorso Cameron che, con Sarkozy e Obama, continua da diversi mesi a fare pressioni sulla Merkel affinché accetti l'idea di una banca centrale europea che svolga anche funzioni di prestatore di ultima istanza (in grado quindi di comprare debito sovrano), il rischio essendo che il default italiano inneschi un effetto domino sulle banche e altri istituti finanziari europei (in particolare quelli francesi) e internazionali.
Nella migliore delle ipotesi - se cioè l'euro non dovesse crollare - ne usciremo, come nel 1992, con una Italia e una Europa ulteriormente germanizzate. Il che vuol dire regole più ferree in materia di conti pubblici (cioè ulteriore armonizzazione e integrazione fiscale europea), nuovi tagli alla spesa, ulteriore deindustrializzazione, nuova macelleria sociale.
Il dramma dell'Europa è che la Germania - o meglio la finanza e il capitalismo teutonici - ha finora imposto la filosofia di fondo e l'agenda della unione monetaria senza tuttavia saper svolgere un ruolo egemonico. La Germania ha ottenuto innegabili vantaggi dalla moneta unica. Non sfugge per esempio il fatto che dal 1999 la Germania ha aumentato il surplus con l'Europa e che sempre dal 1999 il governo tedesco ha avviato politiche di deflazione salariale e di compressione della domanda interna, ottenendo in tal modo un surplus commerciale a danno dei partner europei e sgravando così il peso dell'aggiustamento e quindi della recessione sugli altri paesi della zona euro. Sul piano finanziario, ha osteggiato i piani della BCE di acquisto del debito pubblico imponendo pesanti politiche pro-cicliche ai paesi in difficoltà (in Grecia il PIL è crollato del 15% nell'anno in corso) e prolungando di fatto l'incertezza di cui si alimenta la speculazione.
L'egemonia della Gran Bretagna fino alla prima guerra mondiale e quella degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra si è retta sulla capacità di quei paesi di bloccare sul nascere le crisi finanziarie (prestando danaro in ultima istanza), oltre che su quella di offrire un mercato di sbocco per gli altri paesi. Non a caso Obama ha richiamato la Merkel ai propri doveri ricordandole che gli Stati Uniti vennero in soccorso dell'Europa nell'immediato secondo dopoguerra con il piano Marshall, una specie di programma di aggiustamento strutturale con regole e condizioni più blande di quelle imposte dal FMI negli anni a seguire.
Le implicazioni circa i costi sociali della moneta unica, e in particolare il fatto che, in un sistema del genere, il peso dell'aggiustamento ricada quasi interamente sul salario, incluso quello differito (cioè il welfare), sono passate sotto silenzio nel dibattito politico italiano (ma non in quello di altri paesi europei). Anche il gold standard aveva enormi costi sociali e un carattere fortemente pro ciclico - cioè spingeva i paesi aderenti al sistema aureo verso politiche di austerità - ma almeno consentiva uno sganciamento più o meno temporaneo delle monete nazionali dalla parità aurea, dando così, anche attraverso una maggiore inflazione, respiro al sistema creditizio e industriale. Non così l'euro che pure comprende una area economica molto disomogenea.
I maîtres à penser del liberismo nostrano hanno dalla loro un argomento molto forte, e cioè che per l'Italia, vista la forza del marco e dell'economia tedesca agli inizi degli anni novanta, l'ingresso nella moneta unica era una scelta quasi obbligata. Ciò era tanto più vero alla luce delle incertezze e tentennamenti della Gran Bretagna come pure della City di Londra, che avrebbero potuto controbilanciare il peso finanziario e politico della Bundesbank e della Germania qualora avessero deciso di inserirsi più attivamente nel processo di unificazione monetaria.
Le proposte per un diverso sistema di gestione della moneta unica - creazione di più aree monetarie, un diverso mandato per la BCE che operi anche come prestatore in ultima istanza, maggiore trasparenza e accountability della stessa, politiche monetarie meno restrittive - hanno forse il pregio di indicare soluzioni multilaterali, ma sembrano sottovalutare il peso delle relazioni internazionali, governate dalla ferrea legge del pro domo patria sua, e della realtà storica che sottendono il processo d'integrazione europea e il suo risultato più importante, l'unificazione monetaria.
Come ha ampiamente dimostrato il grande storico Alan Milward, l'integrazione europea non nasce, come vuole la vulgata liberale, dal nobile ma irrealistico progetto di superamento degli stati-nazione. Funzionale ai vari nazionalismi europei e iniziato per impulso americano con il piano Marshall, l'integrazione europea trova le sue radici in ragioni molto più terragne: la ricostruzione degli stati-nazione, in primis quello tedesco, nell'immediato dopoguerra.
Purtroppo non esistono né una cittadinanza né una opinione pubblica europee, e chi ha in mano le sorti del continente è prigioniero di una opinione pubblica nazionale provinciale e retriva. Vi è da dubitare che il grosso dell'elettorato tedesco - il vero ostacolo per un intervento più efficace e coerente della Merkel - possa convincersi con argomentazioni più o meno valide sul piano scientifico, logico o storico a sborsare danaro, oggi o in futuro, per comprare debito sovrano greco, spagnolo o italiano (e a breve francese). Lungi dall'accettare un nuovo mandato per la BCE (quello di prestatore di ultima istanza), la CDU, il partito della Merkel, sta per adottare una risoluzione che propone di riformare la governance della BCE secondo i criteri che già regolano quella del FMI per cui chi contribuisce di più al bilancio ha anche più potere.
Quanto radicati siano questi convincimenti (incluso il timore di una nuova inflazione) lo dimostrano anche le dimissioni del viceministro alle finanze Juergen Stark che ha abbandonato il suo incarico perché contrario agli acquisti di debito pubblico spagnolo e italiano che la BCE ha effettuato nei mesi scorsi. E' inoltre di qualche giorno fa la notizia che la BCE e Trichet sono stati denunciati alla corte europea di giustizia per aver acquistato titoli di stato, infrangendo così alcune delle clausole che vietano alla BCE operazioni di quel tipo.
Non è dunque un problema semplicemente tecnico quello che abbiamo di fronte. E' arcinoto che le regole di Maastricht non hanno un fondamento scientifico e che sono state volute, anche in funzione anti-italiana, principalmente dalla Bundesbank e dalla Germania, spaventate dal nostro debito pubblico e dagli inerenti rischi d'inflazione. Sono criteri che, oltre a non tener conto dei fattori che hanno determinato la crescita del debito e il disordine dei conti pubblici italiani, hanno capovolto la logica secondo cui il deficit e il debito si riducono stimolando investimenti e crescita, e hanno infine imposto, dulcis in fundo, una pesante ipoteca sulla democrazia italiana (ricordate il peso delle manovre di bilancio nella caduta dei governi Prodi nel 1998 e nel 2008?).
Tra il 1992 e il 2007 abbiamo ridotto il debito pubblico dal 120 al 104%, attraverso pesanti tagli alla spesa e con effetti fortemente deflattivi (leggi precariato, stagnazione salariale, crescente incertezza della domanda interna, scarsi investimenti, scarsa crescita se non decrescita della produttività). Dal 2008 a oggi il debito è tornato a galoppare arrivando al 121%. Sono bastati, in altri termini, tre anni di recessione e crescita quasi nulla per cancellare venti anni di sacrifici.
Cosa facciamo ora? Per quanti decenni ancora dovremo implementare piani di austerità per riportare il nostro debito ai livelli del 2007 o addirittura, come propone qualcuno, a quelli dei primi anni ottanta?
Nonostante i vistosi fallimenti e i rischi di recessione inerenti alla costruzione della moneta unica, le certezze di quelli che Larry Elliot definisce la cabala della tecnocrazia Europea (Lagarde, Merkel, Sarkozy, Barroso, Draghi, Juncker, von Rumpuy, Rehn) e dei loro sicofanti nostrani restano granitiche. La loro proposta è cedere ulteriore sovranità nazionale, centralizzare il controllo sui conti pubblici e introdurre irrealistiche sanzioni per i paesi con deficit di bilancio (vedi il famigerato six pack e in particolare la risoluzione Wortman-Kool approvati lo scorso luglio dal parlamento europeo), presupposto per ulteriori torsioni deflattive (tagli annuali del debito pubblico fino al 5% del PIL).
Nel contesto attuale, più che della scomparsa degli stati-nazione, si dovrebbe forse cominciare a parlare della dissoluzione di alcuni stati-nazione, a vantaggio di altri. La moneta unica, e il suo corollario ultraliberista, stanno ponendo una forte questione nazionalitaria, che qualcuno si ostina a non vedere e a definire - eufemisticamente - il ‘commissariamento delle democrazie europee'.
Prima che gli epigoni del berlusconismo e della destra estrema si approprino di questo tema in chiave nazionalista e anti-europeista, si dovrà ragionare sugli strumenti (unilaterali) che abbiamo a disposizione per alleggerire il peso delle compatibilità europee e per rilanciare un diverso progetto europeo.
La cosa più bizzarra è che mentre ci apprestiamo a cuor leggero ad infilarci in un vicolo cieco (cioè ad attuare misure di austerità per salvare ciò che comincia ad apparire insalvabile) che avrà presumibilmente anche nefaste conseguenze politiche, dovremmo forse cominciare a considerare con maggiore attenzione l'ipotesi di un default. Paradossalmente, nel nostro paese, che pure conta numerosi sedicenti antiliberisti ed estimatori dell'esperienza argentina e sudamericana degli ultimi dieci anni, tale possibilità resta ancora un tabù. Ma altrove in Europa - specie in Germania dove la Merkel e il Tesoro stanno approntando piani in vista del default greco e italiano e del crollo dell'euro - viene tenuta nel dovuto conto.
Ha forse ragione Lord Skidelsky quando sostiene che a questo punto la discussione, più che sulla sua necessità, dovrebbe vertere sulle modalità con cui si effettua la ritirata per evitare che essa si trasformi in una rotta.
Valerio Cerretano, docente Storia Economica Università di Birmingham
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