19/11/11 10:29 | autore: Ciccio Auletta Stampa

La crisi su Pisanotizie: il dibattito 0

Sul nostro giornale uno spazio di riflessione sulla crisi economica globale. Scrivono Valerio Cerretano, Francuccio Gesualdi, Luigi Cavallaro

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Debito, titoli di stato, default, spread, parole che entrano sempre più nella nostra quotidianità e le cui conseguenze migliaia di cittadini vivono nella concretezza della propria vita. Per queste ragioni Pisanotizie ha aperto un dibattito sulle proprie pagine dedicato ai temi della crisi, cercando di aprire anche nella nostra città un spazio di riflessione per capire e discutere insieme.

Dopo gli interventi di Valerio Cerretano, docente di Storia Economica dell'Università di Birmingham, e di Francuccio Gesualdi, presidente del Centro Nuovo Modello di Sviluppo Vecchiano, pubblichiamo un'intervista a Luigi Cavallaro, magistrato del lavoro di Palermo.

Qual è la connessione tra il dibattito sull'abbattimento del debito e la riduzione dei diritti dei lavoratori, di cui tanto si parla?

Facciamo una premessa. Da quando nel 1996 l'Italia è entrata nel percorso dell'unificazione monetaria europea, abbiamo visto peggiorare costantemente l'andamento delle nostre esportazioni perché siamo stati privati della possibilità di svalutare la moneta. Dai primi anni '80 le imprese italiane avevano tenuto testa alla concorrenza internazionale grazie soprattutto alla leva della svalutazione: essendo la nostra struttura produttiva fatta di piccole imprese specializzate nei settori dell'agroalimentare, dell'abbigliamento, dell'arredo casa e dell'automazione meccanica (le famose «4 A»), non c'era altro modo per farcela contro le imprese dei Paesi emergenti, che producono beni uguali (o quasi) ai nostri, ma a costi incomparabilmente inferiori.
Private dell'escamotage della svalutazione, le imprese hanno cercato di mantenere i loro profitti tramite un altro strumento: ovvero l'abbattimento del costo del lavoro. Non è un caso che nel 1996 venga definita la zona dell'euro e un anno dopo un governo di centro-sinistra introduca, con il «pacchetto Treu», il lavoro interinale, che non è altro che la versione moderna del "caporalato" che era stato cancellato nel nostro paese nel 1960. Adesso l'obiettivo dell'abbattimento del debito viene ad aggravare questa situazione, ma non ne è causa: semmai è l'aumento del peso del debito sul Pil a essere causato in ultima istanza dalla debolezza della nostra struttura produttiva.

E qual è il nesso tra l'abbattimento del debito e la riduzione dei salari?

Molto semplice. Per abbattere il debito, bisogna contrarre la spesa. Ma tagliare la spesa pubblica significa anche tagliare il reddito di coloro che ne beneficiano, a cominciare dalle imprese che forniscono beni e servizi allo stato. Diminuendo il reddito, diminuiscono anche investimenti e consumi, si contrae la produzione e aumenta la disoccupazione. E aumentando la disoccupazione, diminuiscono logicamente i salari, spinti verso il basso dalla pressione dell'«esercito industriale di riserva».

Oltre alla riduzione del costo di lavoro si propongono le liberalizzazioni come altro strumento per uscire dalla crisi. Ma è così?

Sul tema della liberalizzazione dei prezzi e dei servizi siamo di fronte ad un altro paradosso, in quanto a pagarle, di fatto, sono i salari. Non ci può essere flessibilità dei prezzi e dei servizi senza flessibilità dei salari. Ad esempio, Ryanair offre dei servizi a basso costo perché rispetto ad altre compagnie gli stipendi che paga sono più bassi. Chi inneggia ad una società low-cost deve sapere che è anche una società low-wage.

A fronte di questo quadro, qual è allora il senso del dibattito su quanto il governo Monti sia un governo tecnico e quanto un governo politico?

Io penso che Monti sia una persona rispettabile e dal punto di vista etico indiscutibile, ma è evidente che rappresenta gli interessi del capitalismo finanziario. Riprendendo l'espressione che usano Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista, il governo Monti è un comitato d'affari della borghesia europea e non, come si vuol far credere, dell'Unione Europea. Come ha spiegato anche Cerretano nel suo intervento, il nome dell'Unione Europea viene evocato allo scopo di creare una cortina fumogena per coprire i conflitti interstatali in corso.

Si riferisce in particolare alla Germania?

Sì. La Germania ha i suoi buoni motivi per insistere in una strategia deflativa nei confronti del nostro paese (così come della Grecia, della Spagna o del Portogallo: e vedrete che tra poco parleremo della Francia...), in quanto più si svaluta il capitale nazionale tanto più i tedeschi sono pronti a comprare tutto a prezzi da saldo. Alla lunga, però, non è pensabile che la Germania possa continuare a pensare e ad agire per la propria crescita: se non si vuole che salti in aria l'euro e con esso il mercato unico, è necessaria una strategia per uscire dalla crisi che sia realmente antitetica rispetto a quella che si sta attuando. A partire, per esempio, dalla proposta di Emiliano Brancaccio di uno «standard retributivo europeo».

In questo quadro come giudica le recenti proposte di Ichino riguardo alla riorganizzazione delle relazioni industriali?

Le proposte di Ichino servono purtroppo soltanto ad agevolare il trend di deflazione generalizzata che si accompagna alla subalternità crescente del lavoro al capitale. Beninteso, ovunque nel mondo occidentale il capitale è per ora egemone, ma un conto è essere subalterni al capitalismo tedesco, altra cosa è essere subalterni al capitalismo italiano, che è uno dei più pezzenti e straccioni d'Europa: basta chiedere ai lavoratori tedeschi, e confrontare i loro standard di vita con i nostri.

E l'accordo del 28 giugno come si inserisce in questa riorganizzazione?

Premetto che non mi sentirei ad oggi di scommettere sulla tenuta di nessun accordo. Siamo sotto scacco della speculazione internazionale, e fra 3-4- mesi potremmo trovarci di fronte ad un quadro in cui il senso di quegli accordi è venuto meno. In generale penso, però, che i sindacati hanno dismesso il loro ruolo antagonistico nei confronti del capitale quando accettato la logica dei fondi pensione. L'accesso alla governance dei fondi è stato di fatto il contentino che gli è stato accordato affinché consentissero all'introduzione di crescenti livelli di flessibilità nelle imprese. Parlo soprattutto della Cisl e della Uil, ma la stessa Cgil non è stata in più occasioni da meno. Solo la Fiom ha mantenuto un'idea forte di tutela del lavoro e della conflittualità, e proprio per questo sta subendo un vistoso processo di emarginazione.

In queste settimane si parla tanto di cancellazione, e in alcuni casi anche di congelamento del debito. Lei cosa ne pensa?

Nel 2006 ho firmato un appello per la stabilizzazione del debito pubblico, e penso che le ragioni di quella proposta siano pienamente valide anche oggi. Il tentativo di abbattere il debito attraverso i tagli alla spesa o l'aumento delle imposte, che è la strategia che invece è stata praticata da tutti i governi dal 1992 in poi, non porta da nessuna parte, perché riduce i servizi pubblici, deprime la domanda, contrae investimenti e consumi, crea una gigantesca massa di precari, impoverisce le famiglie e - come abbiamo potuto constatare da vent'anni in qua - non riesce nemmeno a conseguire alcuna reale diminuzione del debito.

Lei pensa quindi ad un'alternativa radicale rispetto alle ricette proposte per uscire dalla crisi?

Le dinamiche della crisi e le vie da percorrere per venirne fuori le ha spiegate molto chiaramente Keynes negli anni '30 dello scorso secolo. Ma oggi Keynes è tabù, perché la storia del '900 ha messo in chiaro che partendo da Keynes si arriva a Marx, cioè alla contestazione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Marx e Keynes si tengono insieme, e non solo perché Marx morì nello stesso anno in cui nacque Keynes...

Leggi le puntate precedenti:

- "Il collasso della moneta unica non è improbabile"di Valerio Cerretano

- "Congeliamo il debito"di Francuccio Gesualdi

 

Bombe a Brindisi. Don Ciotti: "Attacco alla società civile" - di

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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