24/11/11 10:03 | autore: Simone D'Alessandro Stampa

La crisi su Pisanotizie: il dibattito 1

Sul nostro giornale uno spazio di riflessione sulla crisi economica globale. Scrivono Valerio Cerretano, Francuccio Gesualdi, Luigi Cavallaro, Simone D'Alessandro

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Su Pisanotizie la quarta puntata del ciclo di contributi e articoli sul tema della crisi globale che sta investendo il nostro paese, che ha visto finora gli interventi di Valerio Cerretano, docente di Storia Economica all'Università di Birmingham, Francuccio Gesualdi, presidente cel Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano e Luigi Cavallaro, magistrato del lavoro.

Pubblichiamo oggi un intervento sulla crisi e il debito pubblico in Italia a cura di Simone D'Alessandro, ricercatore di Economia Politica dell'Università di Pisa.

Con i suoi 1900 miliardi di euro di debito (pari a circa il 120% del PIL), l'Italia risulta uno degli stati europei con i conti pubblici maggiormente dissestati. Il debito pubblico fuori controllo induce una forte instabilità del sistema, prima di tutto perché rende più difficile e più caro piazzare i titoli di stato sul mercato. I compratori, siano essi risparmiatori, banche, o altri istituti finanziari sono disposti a rifinanziare lo stato italiano solo se viene assicurato un rendimento più alto. Il balletto di cifre sugli spread che leggiamo in questi giorni sui giornali indica quanto gli investitori istituzionali chiedono in più per comprare titoli italiani al posto di quelli tedeschi.

E' interessante notare la composizione del debito pubblico italiano. In effetti se fino ad un paio di decenni fa esso era quasi esclusivamente in mano ad investitori italiani - nel 1991 più del 90% era debito domestico (più del 50% in mano alle famiglie), oggi circa metà del debito pubblico è in mano ad investitori stranieri (meno del 15% in mano alle famiglie italiane). Questa evoluzione spiega la maggiore pressione e il rischio di speculazioni finanziarie. Inoltre, grossi istituti finanziari tedeschi e francesi detengono quote significative di questi titoli, aumentando il grado di commistione tra interessi finanziari e decisioni politiche a livello europeo. Alcune grandi banche italiane risultano però oggi i maggiori finanziatori dello stato. Per questo un parziale default o una riduzione/posticipazione dei pagamenti di interessi e capitale renderebbe meno stabile il nostro sistema bancario.

Il rischio che si innesti un circolo vizioso è molto forte: più debito, più titoli pubblici, richiesta di rendimenti più alti, maggiori interessi che vanno a sommarsi allo stock del debito pubblico, e così via. Due strade sono comunemente indicate per rompere il circolo ed invertire la rotta: la prima è la crescita economica, la seconda è aumentare (o portare in positivo) il saldo primario del bilancio pubblico, ovvero la differenza tra entrate e uscite dello stato al netto della spesa per gli interessi (che ogni anno si aggira nell'ordine dei 70 miliardi di euro).

I motivi per cui la crescita economica è vista come una vera panacea sono intuitivi: se il PIL aumenta, si riduce il rapporto debito/PIL (indicatore importante della sostenibilità del debito), ed aumentano le entrate dello stato (senza aumentare le aliquote), migliorando così il saldo primario. Dopo anni di crescita quasi nulla e la crisi economica attuale, si è avuto un peggioramento sostanziale della capacità del nostro paese di sostenere lo stock di debito. Il problema è che governare il tasso di crescita di un paese non è per niente facile, e le aspettative per l'Italia non sono certo positive.

Ecco perché le istituzioni internazionali spingono molto sull'altra strada: il miglioramento del bilancio attraverso una riduzione significativa della spesa pubblica. La famosa lettera di Trichet (ex-presidente della BCE) di questa estate era anche più esplicita: pareggio di bilancio, richiesta di raggiungere il deficit pubblico pari all'1% del PIL nel 2012, criteri più severi per l'accesso alle pensioni di anzianità e allungamento dell'età pensionabile delle donne, tagli agli stipendi degli impiegati pubblici, abolizione delle Province, liberalizzazioni degli ordini professionali ma anche dei servizi pubblici locali.

Queste politiche possono servire a raffreddare i mercati, ma non sembrano certo soluzioni adeguate per il futuro del nostro paese. L'Italia si caratterizza per una crescente iniquità, con una distribuzione del reddito sempre più diseguale. La contrazione della spesa pubblica tende ovviamente a ridurre i servizi, penalizzando chi non può permettersi un'alternativa in termini di sanità, scuola, trasporti, etc.. Ma soprattutto, l'Italia è un paese molto ricco, in termini di patrimoni finanziari e immobiliari. Stupisce che, secondo il rapporto annuale Istat 2010, la ricchezza finanziaria netta delle famiglie italiane sia la più alta d'Europa (si veda anche "La grande redistribuzione che serve all'Italia" di Mario Pianta, www.sbilanciamoci.org).

Se quindi valutiamo il nostro debito pubblico, ed in particolare quello verso l'estero, non in rapporto al PIL, ma in rapporto alla ricchezza privata (senza considerare il patrimonio immobiliare) troviamo che l'Italia è più virtuosa di paesi come Germania e Francia; più precisamente in Germania il debito è pari al 32,6% della ricchezza privata; in Francia al 43%; in Italia al 31,6%. Questo dato è importante, perché è un indice della capacità del nostro paese di far fronte ai debiti contratti in una situazione di difficoltà. Questi immensi patrimoni possono essere tassati per ridurre il debito, senza creare effetti negativi sulla competitività del sistema economico italiano. Quello che dovrebbe essere richiesto non è dunque l'austerity sociale, ma una manovra economica basata sulla tassazione delle rendite finanziarie e sui patrimoni che inverta la rotta, cercando da un lato di rimettere il debito pubblico sotto controllo; dall'altro di disincentivare quella continua fuga dagli investimenti produttivi per rifugiasi nel mattone e nelle scatole cinesi dei prodotti finanziari.

Si potrebbe dunque argomentare che la speculazione di questi mesi sul nostro debito pubblico è stata una sfida lanciata dai mercati ad una classe politica che non sembra in grado di prendere decisioni autorevoli. Una presa di posizione forte del nuovo governo potrebbe essere un segnale decisivo per uscire da questa fase. Le ricette economiche basate sulla tassazione di rendite e patrimoni possono avere effetti positivi nel breve periodo, ma non offriranno soluzioni al declino economico e sociale del nostro paese.

E' importante riflettere inoltre sul fatto che le istituzioni monetarie e finanziarie abbiano commissariato i governi nazionali dei paesi industrializzati con richieste esplicitamente neoliberiste. Questo atto è davvero un indice della loro forza? Perché per decenni (almeno quattro) queste istituzioni sono riuscite ad aumentare incessantemente il loro potere e il loro controllo sul sistema economico senza dover entrare apertamente nel dibattito politico nazionale dei paesi più ricchi, limitandosi a dettare ricette per i paesi in via di sviluppo?

Questi accadimenti possono essere interpretati come segnali di forte debolezza di un sistema economico e sociale che ha ritenuto di poter continuare ad espandere la propria ricchezza al di fuori di qualsiasi vincolo reale, risultando così instabile e insostenibile. Anche il cuore del sistema risulta oggi malato, e le istituzioni finanziarie internazionali non sanno far altro che prescriverci pillole amare già dimostratesi fallimentari per portare benessere nelle periferie del mondo. Quello a cui dobbiamo prepararci è un'economia che non cresce, un'economia che non può più sostenere la crescente iniquità che la caratterizza, un'economia che deve rispettare i vincoli ambientali. Serve dunque un cambiamento di paradigma.

Non esiste una teoria che aiuti a capire come questa trasformazione possa avvenire, ma dobbiamo cominciare a progettare una rete di forze sociali che costituiscano un terreno fertile dove ricercare un proprio benessere. Una gestione collettiva dei beni comuni al di fuori dell'attuale dicotomia stato-mercato, deve crescere dal basso ed emergere attraverso un forte riconoscimento da parte delle istituzioni.

Leggi gli articoli precedenti della rubrica "Stili di vita"

Questo articolo contiene 1 commenti.

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2011/11/27 22:11:28 Super Marvs Condivido a pieno su dove dovrebbe tassare lo stato italiano e su quali processi di risoluzione alla crisi si dovrebbero attuare, poichè la crescita non ci sarà...il processo secondo me è in atto speriamo che non troppi interessi si mettano di mezzo
Marvita

Bombe a Brindisi. Don Ciotti: "Attacco alla società civile" - di

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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