Dagli
Stati
Uniti
negli
ultimi
cento
anni
abbiamo
importato
praticamente
tutto,
anche
il
modo
di
pensare.
Mode,
film
e
telefilm
di
ogni
genere,
teorie
economiche
fallimentari,
sommergibili
nucleari,
agenti
della
CIA,
stili
di
vita
balordi,
ricorrenze,
festività,
giocatori
di
pallacanestro,
cibi
spazzatura,
la
coca-cola
e
persino
babbo
natale
(che
a
scanso
di
equivoci
sono
due
aspetti
dello
stesso
fenomeno).
È
incredibile
che
ancora
manchi
qualcosa.
Eppure
al
thanksgiving-day,
il
giorno
del
ringraziamento,
la
giornata
su
cui
si
fonda
l'essenza
stessa
del
born-in-the-usa,
siamo
ancora
impermeabili.
Il
thanksgiving non
ha
una
data
precisa,
non
è
come
il
natale
che
arriva
ineluttabile
ogni
25
dicembre.
È
piuttosto
simile
a
pasqua
e
alle
onde
elettromagnetiche,
oscillante.
Solo che prevederlo è
infinitamente
più
facile,
cade sempre il
terzo
giovedì
di
novembre.
Di
là
dell'Atlantico
raccontano
che,
dopo
essere
a
stento
sopravvissuti
al
primo
inverno
nel
nuovo
mondo,
i
Padri
Pellegrini,
furono
avviati
dai
nativi
americani
alla
domesticazione
di
mais
e
tacchini,
indispensabili
per
passare
indenni
il
successivo.
Per
questo
da
quel
momento
istituirono
una
giornata
celebrativa
di
ringraziamento
all'altissimo
(il
loro)
per
la
sua
benevolenza.
A
parte
che
non
è
ben
chiaro
perché
non
scelsero
di
ringraziare
gli
autoctoni
(o
al
limite
il
loro altissimo,
Manitù
o
chi
per
lui)
invece
di
sterminarli
senza
pietà
per
i
due
secoli
successivi,
le
cose
andarono
diversamente.
Quel
centinaio
di
coloni (altro
che
pellegrini),
troppo
fanatici anche
per
la
puritanissima
Inghilterra,
incapaci
di
far
attecchire
alcunché
tra
semi
e
bestie
portati
dalla
madrepatria,
si
sarebbero
definitivamente
estinti
se
non
avessero,
fucili
in
pugno,
saccheggiato
senza
pudore
i
raccolti
e
gli
allevamenti
dei
nativi.
Sia
come
sia,
si
capisce
come
ancora
oggi,
la
cosa
più
importante
della
celebrazione
resti
la
cena
che
non
può
prescindere
dal
mais
e
soprattutto
da
colui
al
quale
la
festa
si fa,
il
tacchino
appunto.
Curiosamente
poi
nell'inglese
moderno
tacchino
si
dice
Turchia (turkey)
per
cui
la
festività
suona
come
Il
Giorno
della
Turchia.
Gli
autoctoni
(di
oggi)
però
non
ne
colgono
la
comicità.
Deve
essere
una
di
quelle
cose
che
fa
ridere
solo
in
un'altra
lingua,
come
dire
sono sul treno di essere sul treno in
francese.
Su
tutto il territorio nazionale tutto nei giorni precedenti è
consacrato al culto della Turchia, cioè no, del tacchino. In tutte
le scuole elementari i bambini contornano su un foglio di carta
l'impronta della loro manina che trasformano nel profilo del pennuto
(il pollice fa la testa e le altre dita le penne della coda). A casa,
milioni di mamme americane aggiungono il disegno a quello dell'anno
prima in un album che è più prezioso di quello del loro matrimonio,
tanto da essere mostrato fieramente alla promessa sposa (o marito) di
quei bimbetti diventati adulti.
Sui
marciapiedi e negli sterminati corridoi dei loro megalitici centri
commerciali ogni venditore disegna migliaia di zampette di tacchino
personalizzate che conducono, passo dopo passo, all'entrata del
proprio negozio.
Insomma
l'importanza che questo pennuto assume in quei giorni è difficile da
immaginare.
Specie
qui da noi dove è
raro che un tacchino
venga messo in
vendita
intero,
perché
di suo è
un
gallinaccio
immenso
che
non
entrerebbe
in
nessun
forno
di
nessuna casa
normale.
E quando
capita di vederne uno, implume, biancastro e grosso come un piccolo
ippopotamo, si
resta
impressionati
come di fronte ad una strana divinità newage.
Quelli
che si vedono in Europa però non sono nulla in
confronto
ai
loro consimili statunitensi che,
non
pesando
mai
meno
di
una
ventina
di
chili,
sembrano
più
pterodattili
che
uccelli.
Il
giorno prima del ringraziamento appaiono in batteria, uno accanto
all'altro, come qui gli alberi di natale a dicembre, nella
posizione
da tacchino,
cioè con
le
zampe
già
ripiegate sul culo e legate
dietro
intorno
a
un
buco
largo come una perforazione mineraria. Sono
talmente
grandi
e preziosi
che
li
vendono
avvolti
stretti
in
quella
pellicola
con
cui
in
aeroporto
imballano
le
valigie.
Intorno
all'enorme
culo-pertugio
dell'animale, attraverso cui transiterà una mezza carriola di
ripieno, stampato
sulla
pellicola
campeggia
un
enorme
WARNING.
Mette
in
guardia
dall'infilarci
dentro
lo
stuffing (il ripieno) prima di cuocere la carcassa, c'è pericolo, spiega
sotto, di esplosioni. Deve essere già successo.
Può
darsi.
Magari
un bimbetto una
volta
per ringraziare col botto c'ha
messo
i
petardi
e
ora
tutti i tacchinifici dell'unione sono
obbligati
a
scriverlo
nelle
avvertenze.
Come
quando
nei
libretti
di
istruzione
dei
loro
microonde
raccomandano
di
non
usarli
per
asciugarci
dentro
il
gatto
di
casa.
In
ogni
caso
che
animali
del
genere
possano
far paura anche
da
morti
è
comprensibile,
anzi forse non
sarebbe
male
aggiungerci
keep out
of reach of children,
cuocere
fuori
dalla
portata
dei
bambini.
Nel
suo lungo viaggio in forno (in Italia l'unica sarebbe chiedere a
quelli della società della cremazione di fargli fare un giro a
fiamma bassa) il
tacchino
è
accompagnato da innumerevoli termometri
da
cucina,
monitorato
più di
un
umano durante
un
intervento
a
cuore
aperto.
Nei
forni delle famiglie americane (che hanno la potenza di una piccola
centrale nucleare) per cuocere bestie
del
genere
servono dalle cinque
alle sei ore,
tanto che si
può
comprare
già
precotto
da
quattro
per economizzare qualche tonnellata di combustibile fossile.
Lo
stuffing (il
ripieno)
è forse è la cosa più repellente. C'è
chi,
impavido, lo mette
dentro
(da cui ripieno)
e
chi
invece più prudentemente lo cuoce separatamente per poi infilarlo
nelle profondità della bestia un'ora prima che sia pronta. Altri lo
servono proprio a parte, il ripieno esterno.
La
sua composizione varia da molto. Sull'atlantico lo riempiono
addirittura di ostriche, non è dato sapere se con o senza il guscio.
Ma ogni stuffing ha di base sedano, carote, cipolle, un quantitativo
industriale di olio da trattore, salvia e pane ammollato. I
risultati, anche i migliori, sono quasi sempre rivoltanti.
Lo
stuffing è quasi un piatto a sé. Tanto che, quando
un gruppo si
accorda
per
dividersi la preparazione delle infinite portate accessorie,
è comune che qualcuno si
offra
di
occuparsi dello
stuffing.
Che
dai
noi
sarebbe
come
se
uno
vi
invita
a
mangiare
le
lasagne
e
voi,
invece
di
una
bottiglia
di
vino,
di
un
dolce
o
del
gelato,
vi offriste
di
portare
la
besciamella.
Tra
i side-dishes quelli che non possono mancare sono il gravy (una sorta di fondo bruno di verdure o carne, una salsa che ormai
tutti fanno con la polverina liofilizzata), la torta salata di patate
dolci (un poco riuscito ossimoro gastronomico), le mashed-potatoes (semplicemente un purè, altre patate tanto per loro sono vegetali),
mais (in pannocchie o in semi saltati nel burro), le creamed-onions (finalmente una vera verdura, delle cipolle ma tuffate in una panna
acida ipercolesterolemica), varie torte o dolci a base di zucca e,
finalmente, forse per sbaglio, dei fagiolini lessi (su cui comunque
versano due generose mestolate di gravy).
Il
tacchino va servito obbligatoriamente con la salsa di cranberries.
Che
sono
un
tipo di berry
inesistente
e
intraducibile
alle
nostre longitudini. Conosciamo i
blackberry
(sì,
anche
i telefoni
ma
ora si parlava di mirtilli),
le
blueberry
(more),
le
strawberry
(fragole),
i
raspberry
(lamponi).
Ci sono poi i juniperberry
(che
è
il
ginepro)
e
il
mulberry
(il
gelso).
Qualcuno
conosce Chuck
Berry,
ma del cranberry non abbiamo proprio idea.
Durante
il
ringraziamento
negli Stati Uniti non ci si mescola.
Gli
indiani stanno con
gli indiani,
gli ispanici
con
gli ispanici,
gli asiatici con gli asiatici, gli ebrei con gli ebrei. Tutt'al più
sono
gli
italiani
che
si
mischiano un
po'
con
gli
spagnoli,
ma tutti li guardano strani.
Ma
è
una
festa
che
unisce
più
del
natale
perché
il
tacchino
lo
mangiano
tutti
senza pietà, musulmani, ebrei, cristiani e indù (povera bestia) e
il giovedì non è funestato dalle regole di nessuna religione.
Il
ringraziamento è anche una delle poche feste non consacrate ai
consumi, non
ci
sono
regali,
gadget,
non
ci
si
traveste
e anche
tutti
i
cibi
che si mettono in tavola sono relativamente
a buon mercato.
Per
il ringraziamento negli Stati Uniti si ferma
tutto,
si
fermano
anche
i
campionati
sportivi professionistici
e le serie tv.
Tutti
transumano da
una
parte
all'altra
della nazione
(Alaska,
Hawaii
e Portorico
compresi)
e
i
voli
arei
(lì
sì)
sono
introvabili.
Perché
è
inammissibile
passare
il
ringraziamento
da
soli.
Che
se
ti
incontrano
tipo a maggio e
sei
appena
arrivato,
invece di chiederti cose del tipo "Hai una casa?" "Sai come
muoverti?" "Quanto ti fermi?" "Da dove vieni?" "Che
lavoro fai?", quelli ti guardano con sgomento e si allarmano Ma... ma... ma... sei solo per il ringraziamento? Devi assolutamente venire da noi.
Per
il resto dell'anno per
loro
puoi
morire
per
strada,
non
avere
un
lavoro,
una
casa,
avere un male incurabile. Ti vedessero piegato in due ti finirebbero
e
ti
porterebbero
via
anche
gli
ultimi
soldi
per
il
caffè
ma
nessuno ti lascerebbe star solo
per
il ringraziamento.
Per
fortuna tutto finisce in meno di ventiquattrore.
Venerdì
è già
Black
Friday,
ed è ancora festa. La
gente
esce
di
casa
alle
sei
del
mattino
per
andare
a
far shopping perché tutti i negozi
abbassano
tutti i prezzi almeno del
50%.
Per arraffare l'ultimo asciugaorecchie elettrico tirerebbero una
coltellata alla propria mamma
e
in
genere
dieci
minuti
dopo
l'apertura
hanno
già
svuotato
tutti
i
magazzini
riempiendo quei piccoli autotreni che si ostinano a chiamare car di tutto il superfluo che possono contenere.
Comincia
la
corsa
verso
il
natale
e, grazie a dio, lo statunitense torna normale.
Post
Scriptum.
Giovedì
mi è preso lo sghiribizzo di dimostrare che un altro ringraziamento
è possibile. Volevo fare un arrotolato di tacchino e riempirlo di
stuffing fatto con castagne, i nostri sedani, carote e cipollotti,
ginepro, finocchiona, zucca, salvia, rosmarino e uno splendido pane
integrale bagnato nel latte. Un purè di patate con burro, noce
moscata e una montagna di parmigiano. Cipolline agrodolci invece che
annegate nella panna. Un fondo bruno ottenuto da ossa di manzo
lasciate sudare per cinque ore con gli aromi.
Insomma
del cibo buono.
Quando
di buon ora ho chiesto del tacchino al mio macellaio quello mi ha
guardato stupito e mi ha semplicemente chiesto: Perché?
Con tanta roba buona che c'è... Le vuoi due oche selvatiche
ungheresi invece?
Beh,
l'ho ringraziato di cuore.
Questo articolo contiene 1 commenti.
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2011/11/27 22:11:42 Super Marvs Mi son divertita un sacco nella lettura di questo articolo...ma il tuo macellaio è sempre quello del cinghiale...e poi il tacchino per il giorno del ringraziamento sta bene come il cinghiale per Natale?ovviamente in genuine style
Marvita