26/11/11 11:01 | autore: Chourmo foto video Stampa

Grazia, Graziella e ... 1

Mode ancora di là da venire: il giorno del tacchino

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Dagli Stati Uniti negli ultimi cento anni abbiamo importato praticamente tutto, anche il modo di pensare. Mode, film e telefilm di ogni genere, teorie economiche fallimentari, sommergibili nucleari, agenti della CIA, stili di vita balordi, ricorrenze, festività, giocatori di pallacanestro, cibi spazzatura, la coca-cola e persino babbo natale (che a scanso di equivoci sono due aspetti dello stesso fenomeno).

È incredibile che ancora manchi qualcosa.

Eppure al thanksgiving-day, il giorno del ringraziamento, la giornata su cui si fonda l'essenza stessa del born-in-the-usa, siamo ancora impermeabili.

Il thanksgiving non ha una data precisa, non è come il natale che arriva ineluttabile ogni 25 dicembre. È piuttosto simile a pasqua e alle onde elettromagnetiche, oscillante. Solo che prevederlo è infinitamente più facile, cade sempre il terzo giovedì di novembre.

Di là dell'Atlantico raccontano che, dopo essere a stento sopravvissuti al primo inverno nel nuovo mondo, i Padri Pellegrini, furono avviati dai nativi americani alla domesticazione di mais e tacchini, indispensabili per passare indenni il successivo. Per questo da quel momento istituirono una giornata celebrativa di ringraziamento all'altissimo (il loro) per la sua benevolenza.

A parte che non è ben chiaro perché non scelsero di ringraziare gli autoctoni (o al limite il loro altissimo, Manitù o chi per lui) invece di sterminarli senza pietà per i due secoli successivi, le cose andarono diversamente.

Quel centinaio di coloni (altro che pellegrini), troppo fanatici anche per la puritanissima Inghilterra, incapaci di far attecchire alcunché tra semi e bestie portati dalla madrepatria, si sarebbero definitivamente estinti se non avessero, fucili in pugno, saccheggiato senza pudore i raccolti e gli allevamenti dei nativi.

Sia come sia, si capisce come ancora oggi, la cosa più importante della celebrazione resti la cena che non può prescindere dal mais e soprattutto da colui al quale la festa si fa, il tacchino appunto.

Curiosamente poi nell'inglese moderno tacchino si dice Turchia (turkey) per cui la festività suona come Il Giorno della Turchia. Gli autoctoni (di oggi) però non ne colgono la comicità. Deve essere una di quelle cose che fa ridere solo in un'altra lingua, come dire sono sul treno di essere sul treno in francese.

Su tutto il territorio nazionale tutto nei giorni precedenti è consacrato al culto della Turchia, cioè no, del tacchino. In tutte le scuole elementari i bambini contornano su un foglio di carta l'impronta della loro manina che trasformano nel profilo del pennuto (il pollice fa la testa e le altre dita le penne della coda). A casa, milioni di mamme americane aggiungono il disegno a quello dell'anno prima in un album che è più prezioso di quello del loro matrimonio, tanto da essere mostrato fieramente alla promessa sposa (o marito) di quei bimbetti diventati adulti.

Sui marciapiedi e negli sterminati corridoi dei loro megalitici centri commerciali ogni venditore disegna migliaia di zampette di tacchino personalizzate che conducono, passo dopo passo, all'entrata del proprio negozio.

Insomma l'importanza che questo pennuto assume in quei giorni è difficile da immaginare.

Specie qui da noi dove è raro che un tacchino venga messo in vendita intero, perché di suo è un gallinaccio immenso che non entrerebbe in nessun forno di nessuna casa normale. E quando capita di vederne uno, implume, biancastro e grosso come un piccolo ippopotamo, si resta impressionati come di fronte ad una strana divinità newage.

Quelli che si vedono in Europa però non sono nulla in confronto ai loro consimili statunitensi che, non pesando mai meno di una ventina di chili, sembrano più pterodattili che uccelli.

Il giorno prima del ringraziamento appaiono in batteria, uno accanto all'altro, come qui gli alberi di natale a dicembre, nella posizione da tacchino, cioè con le zampe già ripiegate sul culo e legate dietro intorno a un buco largo come una perforazione mineraria. Sono talmente grandi e preziosi che li vendono avvolti stretti in quella pellicola con cui in aeroporto imballano le valigie.

Intorno all'enorme culo-pertugio dell'animale, attraverso cui transiterà una mezza carriola di ripieno, stampato sulla pellicola campeggia un enorme WARNING.

Mette in guardia dall'infilarci dentro lo stuffing (il ripieno) prima di cuocere la carcassa, c'è pericolo, spiega sotto, di esplosioni. Deve essere già successo.

Può darsi. Magari un bimbetto una volta per ringraziare col botto c'ha messo i petardi e ora tutti i tacchinifici dell'unione sono obbligati a scriverlo nelle avvertenze. Come quando nei libretti di istruzione dei loro microonde raccomandano di non usarli per asciugarci dentro il gatto di casa.

In ogni caso che animali del genere possano far paura anche da morti è comprensibile, anzi forse non sarebbe male aggiungerci keep out of reach of children, cuocere fuori dalla portata dei bambini.

Nel suo lungo viaggio in forno (in Italia l'unica sarebbe chiedere a quelli della società della cremazione di fargli fare un giro a fiamma bassa) il tacchino è accompagnato da innumerevoli termometri da cucina, monitorato più di un umano durante un intervento a cuore aperto.

Nei forni delle famiglie americane (che hanno la potenza di una piccola centrale nucleare) per cuocere bestie del genere servono dalle cinque alle sei ore, tanto che si può comprare già precotto da quattro per economizzare qualche tonnellata di combustibile fossile.

Lo stuffing (il ripieno) è forse è la cosa più repellente. C'è chi, impavido, lo mette dentro (da cui ripieno) e chi invece più prudentemente lo cuoce separatamente per poi infilarlo nelle profondità della bestia un'ora prima che sia pronta. Altri lo servono proprio a parte, il ripieno esterno.

La sua composizione varia da molto. Sull'atlantico lo riempiono addirittura di ostriche, non è dato sapere se con o senza il guscio. Ma ogni stuffing ha di base sedano, carote, cipolle, un quantitativo industriale di olio da trattore, salvia e pane ammollato. I risultati, anche i migliori, sono quasi sempre rivoltanti.

Lo stuffing è quasi un piatto a sé. Tanto che, quando un gruppo si accorda per dividersi la preparazione delle infinite portate accessorie, è comune che qualcuno si offra di occuparsi dello stuffing. Che dai noi sarebbe come se uno vi invita a mangiare le lasagne e voi, invece di una bottiglia di vino, di un dolce o del gelato, vi offriste di portare la besciamella.

Tra i side-dishes quelli che non possono mancare sono il gravy (una sorta di fondo bruno di verdure o carne, una salsa che ormai tutti fanno con la polverina liofilizzata), la torta salata di patate dolci (un poco riuscito ossimoro gastronomico), le mashed-potatoes (semplicemente un purè, altre patate tanto per loro sono vegetali), mais (in pannocchie o in semi saltati nel burro), le creamed-onions (finalmente una vera verdura, delle cipolle ma tuffate in una panna acida ipercolesterolemica), varie torte o dolci a base di zucca e, finalmente, forse per sbaglio, dei fagiolini lessi (su cui comunque versano due generose mestolate di gravy).

Il tacchino va servito obbligatoriamente con la salsa di cranberries. Che sono un tipo di berry inesistente e intraducibile alle nostre longitudini. Conosciamo i blackberry (sì, anche i telefoni ma ora si parlava di mirtilli), le blueberry (more), le strawberry (fragole), i raspberry (lamponi). Ci sono poi i juniperberry (che è il ginepro) e il mulberry (il gelso). Qualcuno conosce Chuck Berry, ma del cranberry non abbiamo proprio idea.

Durante il ringraziamento negli Stati Uniti non ci si mescola.

Gli indiani stanno con gli indiani, gli ispanici con gli ispanici, gli asiatici con gli asiatici, gli ebrei con gli ebrei. Tutt'al più sono gli italiani che si mischiano un po' con gli spagnoli, ma tutti li guardano strani.

Ma è una festa che unisce più del natale perché il tacchino lo mangiano tutti senza pietà, musulmani, ebrei, cristiani e indù (povera bestia) e il giovedì non è funestato dalle regole di nessuna religione.

Il ringraziamento è anche una delle poche feste non consacrate ai consumi, non ci sono regali, gadget, non ci si traveste e anche tutti i cibi che si mettono in tavola sono relativamente a buon mercato.

Per il ringraziamento negli Stati Uniti si ferma tutto, si fermano anche i campionati sportivi professionistici e le serie tv. Tutti transumano da una parte all'altra della nazione (Alaska, Hawaii e Portorico compresi) e i voli arei (lì sì) sono introvabili.

Perché è inammissibile passare il ringraziamento da soli.

Che se ti incontrano tipo a maggio e sei appena arrivato, invece di chiederti cose del tipo "Hai una casa?" "Sai come muoverti?" "Quanto ti fermi?" "Da dove vieni?" "Che lavoro fai?", quelli ti guardano con sgomento e si allarmano Ma... ma... ma... sei solo per il ringraziamento? Devi assolutamente venire da noi.

Per il resto dell'anno per loro puoi morire per strada, non avere un lavoro, una casa, avere un male incurabile. Ti vedessero piegato in due ti finirebbero e ti porterebbero via anche gli ultimi soldi per il caffè ma nessuno ti lascerebbe star solo per il ringraziamento.

Per fortuna tutto finisce in meno di ventiquattrore.

Venerdì è già Black Friday, ed è ancora festa. La gente esce di casa alle sei del mattino per andare a far shopping perché tutti i negozi abbassano tutti i prezzi almeno del 50%. Per arraffare l'ultimo asciugaorecchie elettrico tirerebbero una coltellata alla propria mamma e in genere dieci minuti dopo l'apertura hanno già svuotato tutti i magazzini riempiendo quei piccoli autotreni che si ostinano a chiamare car di tutto il superfluo che possono contenere.

Comincia la corsa verso il natale e, grazie a dio, lo statunitense torna normale.

Post Scriptum.

Giovedì mi è preso lo sghiribizzo di dimostrare che un altro ringraziamento è possibile. Volevo fare un arrotolato di tacchino e riempirlo di stuffing fatto con castagne, i nostri sedani, carote e cipollotti, ginepro, finocchiona, zucca, salvia, rosmarino e uno splendido pane integrale bagnato nel latte. Un purè di patate con burro, noce moscata e una montagna di parmigiano. Cipolline agrodolci invece che annegate nella panna. Un fondo bruno ottenuto da ossa di manzo lasciate sudare per cinque ore con gli aromi.

Insomma del cibo buono.

Quando di buon ora ho chiesto del tacchino al mio macellaio quello mi ha guardato stupito e mi ha semplicemente chiesto: Perché? Con tanta roba buona che c'è... Le vuoi due oche selvatiche ungheresi invece?

Beh, l'ho ringraziato di cuore.

Questo articolo contiene 1 commenti.

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2011/11/27 22:11:42 Super Marvs Mi son divertita un sacco nella lettura di questo articolo...ma il tuo macellaio è sempre quello del cinghiale...e poi il tacchino per il giorno del ringraziamento sta bene come il cinghiale per Natale?ovviamente in genuine style
Marvita

Allo Zoo - di

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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