02/12/11 10:01 | autore: Chourmo video Stampa

Il 2 dicembre, morta l'Italia, nasce il corbezzolo 1

"O verde albero italico, il tuo maggio è nella bruma: s’anche tutto muora, tu il giovanile gonfalon selvaggio spieghi alla bora"

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Essendo il 2 dicembre, conforta pensare che il centocinquantesimo anniversario dell'unità della nazione andrà sopportato solo per altri 29 giorni. 

Fert, Fert, Fert -sopporta, sopporta, sopporta- fu, d'altra parte, il motto di casa Savoia, del regno di Sardegna e del regno d'Italia. Adottato, chissà perché, da Vittorio Amedeo II all'inizio del settecento, restò incluso nell'emblema del regno sino al 2 giugno 1946 (quella sì data di nascita di un nuovo Stato).

Fert, Fert, Fert oggi non stonerebbe nemmeno sull'emblema repubblicano, magari al posto della ruota dentata che ormai è autoironica.

Il due di dicembre 1861, oggi esattamente centocinquantanni fa, fu l'ignobile data in cui il neonominato regno d'Italia si autoassolse in parlamento per la strage di Pontelandolfo e Casalduni, i due comuni del beneventano rasi al suolo dai bersaglieri di sua maestà Vittorio Emanuele II, il re galantuomo.

Cittadini sorpresi nel sonno, case assaltate,  saccheggiate e poi date alle fiamme con le persone che ancora vi dormivano. Chi non trovò  la morte subito venne finito a fucilate mentre scappava dal fuoco.

Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra, aveva ordinato il generale Cialdini, plenipotenziario del re a Napoli (8968 fucilati, 10604 feriti, 7112 prigionieri, 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi, 2905 famiglie perquisite, 13629 deportati e 1428 comuni posti in stato d'assedio nei soli primi sei mesi di pieni poteri nel napoletano).  

Il due dicembre del 1861, per quella carneficina, il parlamento del regno assolse lo stato per... legittima vendetta, mettendo una pietra sulla giovane Italia dichiarata in pompa magna solo 260 giorni prima. 

Infangata la bandiera, di bianco, rosso e verde dopo quel due dicembre ad unire la nazione rimase... il corbezzolo. L'albero. Quello in cui a cui Pascoli compose anni dopo un'ode vedendovi una prefigurazione del tricolore italiano dato che i suoi rami, già due millenni addietro, accolsero il feretro di Pallante, a dire del poeta (e per la verità anche di Dante e Virgilio), primo martire italico. 

Ma albero, Pallante o non Pallante, è fargli troppo onore. È un cespuglio, al più un arbusto. Che però, dato che i frutti maturano nell'anno successivo rispetto alla fioritura che dà loro origine (a dicembre per l'appunto), si trova a ospitare contemporaneamente fiori e frutti maturi, e dunque, insieme al verde intenso delle foglie, il rosso dei frutti e il bianco dei fiori. 

Morta l'Italia i primi di dicembre, matura dunque negli stessi giorni, quasi per contrappasso, il corbezzolo. L'arbusto, come ogni cosa tricolore, dopo essere andato per la maggiore durante tutto il periodo risorgimentale, lo è molto meno al giorno d'oggi in qualche folkoristica sagra paesana. Durante le quali però la pianta gode di un indubbio vantaggio rispetto al tricolore (inteso per vessillo) dato che la sua propria natura di arbusto rende assai più difficile pulircisi il padan didietro. 

Che però in tempi di celebrazione italica, il corbezzolo non sia tornato di moda è un gran peccato.

Continua ad essere ignorato nonostante l'enorme diffusione sul territorio patrio, nei parcheggi dei supermercati, in qualche parco, in pochi giardini e su quasi tutti i sentieri di collina dove però ha la detestabile abitudine di crescere solo in posti irraggiungibili dall'uomo. Ben visibili ma irraggiungibili. Che ad allungarsi con la mano si arriva a ghermire qualche frutto acerbo (giallini o arancioni) ma, accidenti, sempre a dieci maledettisimi centimetri dal primo dei maturi (rosso vivo fuori, gialla oro la polpa).

In collina o in città, il corbezzolo è ormai declassificato ad ornamentale e anzi il più delle volte viene addirittura guardato con timore da mamme e nonni.

Mentre invece i frutti, benché pochi lo sappiano, sono non solo commestibili, ma squisiti e dolcissimi.

Frutta fuori moda e dimenticata, come tutta quella non venduta al mercato, sorbe, arance di siviglia, corniole, giuggiole e azzeruole. Al più ci si fa il miele. Che spreco. 

Anche se a ben pensarci nel nome scientifico, arbutus unedo, conserva l'antica raccomandazione nientemeno che di Plinio il Vecchio (unedo -unum e edo- mangiane solo uno). Sì, perché in effetti sembra che in grosse quantità qualche problemino allo stomaco lo diano, ma non è certo. Se è per questo allora bisognerebbe credere anche a chi in Sicilia li chiama 'mbriacheddi, per una certa ebbrezza che pare possano indurre. Sono quasi sempre miti, favole, leggende, figurarsi. 

Se però mangiato come frutto proprio mette ansia se ne possono fare marmellate, gelatine, canditi, sciroppi o acquaviti. Facilmente. 

Osando ancora un po' di più addirittura un chutney, dall'hindi (indiano) caṭnī, che in quella cucina è una salsa vegetale piccante e  densa, a base di frutta o ortaggi e spezie.

Il chutney, come molte cose e persone, dall'India si è spostato rapidamente in Inghilterra dove ormai è talmente diffuso che lo lo usano più del ketchup (asiatico anche lui) per accompagnare carni e anche formaggi. In realtà in origine sarebbe infinitamente più speziato, gli indiani raccomandano infatti che ci siano come minimo chiodi di garofano, aglio, coriandolo, senape, cannella, zenzero, pepe di cayenna, tamarindo e menta. 

A farlo di corbezzolo probabilmente non c'ha ancora pensato nessuno e questo è molto strano dato che la bandiera indiana è bianca, verde e... arancione. Che non è proprio rosso ma insomma. 

Si può provare a fare con un chilo di corbezzoli ben maturi e ben lavati, un quarto di litro di aceto di mele, 200 grammi di zucchero di canna, 50 grammi di zenzero fresco e peperoncini freschi non troppo piccanti tagliati sottilmente a julienne, il succo di un limone e sale a gusto.

Tutto va trattato come fosse una marmellata, lasciato cioè dolcemente per un'ora in una casseruola pesante a sobbollire sul fuoco dolce e quindi trasferito nei vasetti.  

È splendido sugli arrosti un po' selvatici come anatra e cinghiale.

Contrariamente all'uso anglosassone e di una orribile moda che ha preso piede anche da noi, si deve però avere il buon gusto di non metterlo (come nemmeno altre composte dolciastre o miele) sui formaggi. Che, a differenza di quelli inglesi, qui sono buoni per cui rovinarli è vilipendio della bandiera. 

- Leggi gli articoli precedenti della rubrica "Terzo Girone. In cucina con Chourmo"

Questo articolo contiene 1 commenti.

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2011/12/05 13:12:40 MariaR M Non so adesso, anni fa sul Monte Pisano c'erano corbezzoli vecchissimi alti come veri alberi. Meravigliosi con la loro chioma variopinta (in realtà come dice anche la Sua foto in questa stagione sono presenti sia i fiori che i frutti maturi - rossi - che in vario grado di maturazione, quindi di tutte le gradazioni del giallo e dell'arancio. Non sarà molto italico ma è bellissimo).
Una volta con mia madre trovammo una quantità di corbezzoli **accessibili!** e ne facemmo una enorme scorpacciata, tanto che non toccammo i panini che ci eravamo portate perché eravamo già sazie.
Posso assicurare che non subimmo alcuna spiacevole conseguenza (e sì che io sono alquanto uggiosa per quel che riguarda stomaco e annessi vari) e neppure particolare ubriachezza, a meno che non si voglia definire tale l'allegria di quel pasto nella natura.
Un ricordo bellissimo.
Grazie per aver ricordato questo così piacevole arbusto!

Pontelandolfo - Stormy Six - di

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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