03/12/11 09:38 | autore: Mauro Stampacchia foto Stampa

Taccuino da Zuccotti Park (e dintorni) 0

La crisi globale su Pisanotizie: il racconto da New York di Mauro Stampacchia, ricercatore della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Pisa

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Gli alberelli di Zuccotti Park dovrebbero essere delle acacie nane, le foglie hanno i bei colori dell'autunno americano, e il parco, diventato rapidamente famoso in tutto il mondo, è una zona lastricata nemmeno troppo grande, circondata da grattacieli, nella parte più bassa di Manhattan, ad uno scorcio dal World Trade Memorial Center. Svoltando due strade si finisce in Wall Street, prima al monumento che ricorda il giuramento di Washington come presidente, poi in un presidio di polizia intorno allo Stock Exchange, la Borsa delle borse, simbolo e luogo (maledetto) della devastazione economica e sociale dei tempi nostri. Come avverte un cartello, Zuccotti Park è un luogo privato, ma aperto all'uso pubblico.

A pochi giorni dallo sgombero forzato degli accampati, tende e tutto, Zuccotti Park è ancora affollato, ci sono gruppi in vari punti della piazza, nella quale ha finito da poco di parlare Saviano. Un gruppo fa meditazione, seduto in circolo a gambe intrecciate, un altro sta discutendo di temi importanti perchè uno dei partecipanti tiene, con effetti vagamente ironici, un piccolo cartello di cartone da scatola che dice: "think tank". Arriva poi nella piazza un gruppo che fa un piccolo corteo tutto giro giro, poi si piazza sulla scalinata che fa un po' da anfiteatro ed illustra la sua tematica, il cibo e le corporation, la giusta politica del cibo che le corporation avversano, gli aiuti alimentari, i "food stamps", alla popolazione più povera, oggi sempre più necessari. Parla una giovane ragazza, e il pubblico vicino ne ripete in coro le parole, sono frasi brevi ed incisive, perchè siano facilmente ripetibili ed ascoltabili da tutti. Una pratica certo non comune, a qualcuno di noi (italiani) quasi familiare perchè ricorda un po' il responsorio della messa, vecchio rito credo. Parla un secondo oratore che affronta il problema in modo più approfondito, con frasi più complesse, e gli astanti pazientemente ne ripetono le parole, "megafono umano". Prende infine la parola un sindacalista, più anziano, e si dice d'accordo, ha il piglio del sindacalista di base, che sa come farsi capire, come muovere gli ascoltatori. Un vero sindacato, dice, in inglese, "si vede, si sente, è sempre presente", ma poi dice che suona meglio in spagnolo, così lo ripete in spagnolo, molto parlato tra le minoranze. Anche questa versione viene ripetuto all'unisono, e -come in italiano- in effetti, rima meglio.

E' poi il turno del gruppo che contesta la verità ufficiale sull'11 settembre: anche questo fa un mini-corteo intorno alla piazza reggendo cartelli che chiedono: "Se il governo ti avesse mentito, tu vorresti saperla la verità?". Un omone, alto e robusto, dal retro del giaccone ammonisce a caratteri cubitali: "The American dream is over". Si distribuiscono i gadgets, ingredienti insostitutibili della politica americana (e non solo). Un "bottone" recita: "Democracy at work-Occupy Wall Street". Un'altro invece (traduzione mia): "E' una dannata guerra di classe, ma almeno adesso stiamo rispondendo colpo su colpo". Sull'altro lato della piazza, alcuni giovani tengono in mano cartelli scritti a mano: "People Before Profits", dice uno, un secondo si rifugia dietro la storia con un "History will approve", una ragazza lunga lunga regge il più famoso manifesto della campagna elettorale di Obama, quello con la scritta: "Hope", ma al posto del volto del presidente c'è l'immagine di una tenda come quelle che fino a pochi giorni prima riempivano il piccolo parco.

Nella notte del 15 novembre, con una manovra organizzata, la polizia, forse la più famosa al mondo (dopo quella di Miami?), il New York Police Department, aveva isolato completamente la piazza e sgomberato in modo assai spiccio, sempre per usare un eufemismo, l'acampada. Era stato predisposto un sistema di allerta tramite sms, ma gli attivisti accorsi, mi racconterà Noah Fischer, non erano riusciti nemmeno ad avvicinarsi allo Zuccotti Park per lo sbarramento appositamente predisposto dalla polizia. Una sconfitta? Niente affatto, due giorni dopo, in pacifica risposta di massa, un corteo, dieci, ventimila persone, forse di più, aveva occupato il Brooklyn Bridge. Una indubbia vittoria politica, cui si accompagnava la puntuale (e legittima) richiesta perchè il sindaco Bloomberg (milionario, oligarca) restituisse il materiale sequestrato agli occupanti, e non restituito.

La domenica successiva, il 20 novembre, un avvenimento di grande significato per chi conosca la storia del movimento dei diritti civili statunitense. Un "Consiglio degli Anziani", costituito dalle figure storiche di quel movimento dichiarano di entrare nel movimento Occupy Wall Street, per tenere alta insieme "la fiaccola della giustizia e dell'equità sociale" perchè OWS (non si sfugge in USA all'acronimo) incarna "la continuazione, l'approfondimento e l'allargamento della determinazione dei diversi popoli della nostra nazione verso la trasformazione del nostro paese in una società più democratica, equa, giusta e compassionevole". Nel pomeriggio un incontro pubblico di dialogo, la sera una fiaccolata comune da Washington Park Square a Duarte Park. Dell'Occupy Wall Street parlano molto i mass media, le news si aprono spesso con notizie che lo riguardano. Si capisce che è preso sul serio, molto sul serio, anche nelle riviste dell'establishment intellettuale come The New yorker. Non è questo un movimento dimezzato, o ripiegato su se stesso, ma piuttosto una forza che tiene il dito puntato sul problema più attuale, cruciale, sociale, questo mondo diviso dei 99% da una parte e dell'1%, i detentori della ricchezza, della finanza, del potere vero, dall'altra. Quello che il movimento dice trova orecchie attente, i problemi posti sono assolutamente reali.

Due giorni dopo ancora, una mattina di martedì, mi raggiunge una mail di Noah Fischer, attivista nel movimento, che mi dice che alle 6 di quel pomeriggio saranno di nuovo a Wall Street, al numero 60. Su Manhattan cade da ore una pioggia insistente, i taxi sono introvabili, ma c'è un buon motivo per precipitarsi. E' l'occasione di vedere un movimento che discute sul da farsi e su se stesso, e di incontrarlo nei suoi esponenti in carne ed ossa. Il numero civico 60 di Wall Street si rivelerà un enorme atrio (appartenente a Deutsche Bank, ma anche questo destinato ad uso pubblico) con enormi volte sostenute da colonne. In vari punti della vasta sala ci sono riunioni. Noah Fischer mi invita a sedere nel gruppo che si sta occupando di progetti artistici, lui stesso è un artista (www.noahfischer.org). La discussione è animata e incentrata su progetti artistici. Non ci sono interventi, lunghi ed articolati, come talvolta si usa da noi, secondo una rigida scaletta, ma piuttosto interventi brevi, finalizzati, organizzativi, ma non c'è, malgrado l'informalità, nessuna sovrapposizione di voci, non scoppiano polemiche inutili. Si utilizza anche la gestualità: se si approva quello che viene detto, si solleva una mano in alto e si muovono le dita, se il consenso è così così, la mano è tenuta in piano, se si vuole disapprovare invece le dita sono mosse ma verso il basso. Tutto questo sembra aiutare molto la discussione, che procede senza intoppi, aderente ai temi trattati (esiste per la cronaca anche un altro gesto, a braccia incrociate, per lamentare il fatto che la discussione sta andando fuori tema, ed anche molti altri). Sul finire della riunione prende la parola un giovane con gli occhi vivaci e un inequivocabile profilo latino, e dà notizia, distribuendo un volantino in inglese e spagnolo, che domenica 4 dicembre a East Harlem-El Barrio, il "Movimiento por Justicia del Barrio. La Otra Campana Nueva York", invita a un incontro "per l'umanità e contro il neoliberalismo". "Dal Chiapas al Sud Africa, dall'Egitto alla Grecia alla Spagna, da El Barrio di NYC a Occupy Wall Street -attacca il volantino- insieme abbiamo dimostrato che dignità, giustizia e democrazia non sono idee astratte, ma realtà che dobbiamo praticare ed alimentare. Quelli che stanno in alto, l'1%, che vorrebbero controllare le nostre vite e saccheggiare il nostro mondo, si nutrono delle divisioni all'interno delle comunità. La vera liberazione sta nell'abbattimento delle gerarchie, e nella costruzione di un nuovo mondo dal basso. Per fare questo dobbiamo attuare la forma più potente di rivolta: l'ascolto di tutti coloro che stanno in basso". L' Encuentro, si specifica, non è una assemblea, un panel, o una conferenza, ma piuttosto "un momento di condivisione sviluppato dagli Zapatisti come un altro modo di fare politica, dal basso e a sinistra". Inutile specificare che la notizia è accolta con interesse, molti segni di approvazione. C'è un clima buono, anzi ottimo.

Adesso finalmente troviamo il tempo per un colloquio. Pongo a Noah alcune domande, e gli chiedo di rispondere aiutandomi a intravedere le idee condivise dal movimento. In questi stati nascenti è fondamentale riuscire a trasmettere la ricchezza e la tensione del dibattito. Ad una mia domanda risponde che esiste sì una continuità con il movimento dei diritti civili del passato, che trattando di diseguaglianze aveva finito col toccare temi economici, ma anche una novità forte: ora il tema della ingiustizia economica è assolutamente centrale, insieme a quello della corruzione di Wall Street, di quell'1% di "tiranni" -usa proprio questa parola- di Wall Street. Ora il tema centrale è quello della giustizia sociale, e di come essa non sia possibile nella società dell'1% che domina il 99%, ed insieme di democrazia. C'è stata, dal 17 settembre, primo giorno del movimento, una presenza costante delle Union, mi dice rispondendo a una mia specifica domanda, specialmente dei Local, le organizzazioni di base delle medesime, e cita a memoria il sindacato dei lavoratori dei trasporti, i sindacati degli insegnanti, la Local 814 del sindacato dei Teamsters, chiede in giro una lista più completa, che al momento non salta fuori. Ma è una cosa buona lavorare con le Union, afferma, perché da una maggiore possibilità di vittoria. Quanti più corpi si muovono nelle strade, maggiore è la possibilità di vittoria.

E' importante anche che nella opinione pubblica si dissolva l'aura di comportamenti scorretti o corrotti che ha per qualche tempo accompagnato il movimento sindacale statunitense. Alla mia domanda di quale sia la percezione che OWS ha di quello che avviene in Europa, in Spagna, nei paesi arabi, Noah parla di una catena di eventi strettamente correlati. Sopratutto la primavera araba ha ispirato i popoli del mondo, e qui negli Stati Uniti è stata molto seguita dai media, e percepita come una occasione storica nella quale sono stati i poteri popolari ad averla vinta. Al contrario Spagna e Grecia non hanno ricevuto altrettanta copertura dei media, ma noi abbiamo imparato, sottolinea, dalla gente di Madrid (si riferisce a quelli che chiamiamo "indignados"), come di altri paesi, come l'Argentina. Parla esplicitamente di una "new camaraderie", utilizzando una parola francese che equivale al nostro "compagno". Il movimento influenzerà le elezioni presidenziali del 2012? Si dice certo che ci sarà una grande influenza, anzi un "gigantic effect", sulle elezioni presidenziali, ma la prospettiva del movimento ha comunque tempi propri. Osserva come già ci siano in atto rapporti stretti con altre città statunitensi, e che con l'inverno incipiente non essendo possibile per le condizioni meteorologiche stare nelle piazze, si lavorerà alla elaborazione strategica, che si vedrà tutta in primavera, perchè non potrebbe esserci una "primavera americana" come ce n'è stata una araba? Si, esiste attenzione e magari anche preoccupazione per un eventuale tentativo di cooptazione da parte del Partito democratico, attraverso organizzazioni ad esso vicine come Move.org oppure il Working Families Party.

Il quadro è certo quello di una Wall Street che ha dichiarato guerra a Main Street, alla classe media americana, con una crescita della disoccupazione intorno al 10% e anche maggiore tra i neri. Cita il caso della Bank of America che ha tagliato l'occupazione allo scopo di aumentare i profitti. Ha idee molto chiare: fino ad adesso la polizia ha preso di mira noi, ma questo è davvero paradossale perchè ad andare in galera dovrebbero essere i banchieri, per un segnale di giustizia e di cambiamento. Noah Fischer conclude facendo riferimento al ruolo avuto dagli artisti in questo movimento, fino ad esserne i primi iniziatori ed adesso i più decisi artefici della sua estensione anche attraverso progetti artistici mirati ad un pubblico vasto.

Una primavera americana? Certo una formula audace, un sogno, una speranza. La messa a tema della questione democratica nel cuore del potere tuttora dominante il mondo è una idea che fa pensare, ed è veramente significativo sentirla formulare a poca distanza dal tempio simbolico del potere economico mondiale, non certo l'unico, ma certo il più importante.

Tengo queste note sul piano del resoconto e della cronaca minima, ma è evidente che i temi sollevati dal movimento Occupy Wall Street sono di primaria importanza per tutti, su scala planetaria. Lascio in fondo solo alcune rapide osservazioni personali. La prima ricorda la forza, talvolta tellurica, talvolta erosiva, ma anche la debolezza dei movimenti, che appaiono, scompaiono, talvolta diventano fiume carsico per riapparire altrove. Ma da quanti anni non si muovevano nel Nord America tematiche così significative ed universali? La seconda insiste sul fatto che solo su un terreno planetario, internazionale, questo conflitto che è innescato dalla crisi economica globale può essere diretto, governato, fungere da garanzia e difesa per quel 99% senza difese, salvaguardare le condizioni di vita degli ultimi. E questo vale anche per un'Italia tramortita dagli anni berlusconiani, finiti o non finiti che siano. Quando l'economia (dominata dall'1%) si muove contro la democrazia, la democrazia non può che rispondere rivendicando il primato di sé stessa come espressione del 99%, alla ricerca di nuove forme di democrazia economica e politica.

Mauro Stampacchia

- Leggi i precedenti articoli della rubrica "Stili di vita"

Bombe a Brindisi. Don Ciotti: "Attacco alla società civile" - di

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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