Si è aperto ieri a Bruxelles il cruciale vertice
salva-Euro, ma i segnali sui temi della riforma dei Trattati e del
'muro' finanziario per difendere l'euro non rassicurano; mentre il
Presidente del Consiglio Monti, proprio ieri mattina prima di volare
al vertice, ha incontrato il segretario al Tesoro Usa Timothy
Geithner proprio per discutere le ripercussioni internazionali della
crisi europea.
Proseguiamo così sul nostro giornale - con una quinta puntata -
il ciclo di contributi e articoli sul tema della crisi globale che
sta investendo il nostro paese, e che ha visto finora gli interventi
di Valerio Cerretano, docente di Storia Economica all'Università di
Birmingham, Francuccio Gesualdi, presidente del Centro Nuovo Modello
di Sviluppo di Vecchiano, Luigi Cavallaro, magistrato del lavoro,
Simone D'Alessandro, ricercatore di Economia Politica dell'Università
di Pisa.
Pubblichiamo oggi un'intervista ad Adolfo Pepe, Direttore della
Fondazione Di Vittorio, preside della Facoltà di Scienze Politiche
dell'Università di Teramo, nonché ordinario di Storia contemporanea
e di Storia dell'Europa, che negli scorsi giorni ha partecipato a un
incontro alla Camera del lavoro di Pisa nell'ambito del ciclo di
seminari dal titolo: "Lavoro e sindacato nella storia d'Italia".
Come si inserisce la crisi economica in corso all'interno
del quadro delle attuali relazioni internazionali?
La crisi che stiamo vivendo nasce e si sviluppa in un contesto
trans-atlantico. Essa è nata negli Usa e nel mondo anglosassone ed è
stata poi trasferita nei paesi europei più deboli. La vera partita
in gioco consiste in questo: non è pensabile che vi sia una crescita
congiunta del sistema euro e del sistema americano, per cui da questa
crisi si uscirà con un vincitore e con uno sconfitto e una nuova
gerarchia a livello planetario.
Ma quali sono le carte che gli Usa possono giocarsi in
questo scontro?
Gli USA sono un paese che sicuramente attraversa delle grandi
difficoltà ma grazie al peso del dollaro, e anche alla forza
militare, ha la capacità di trasferire politiche inflattive negli
altri paesi. Il vero punto critico oggi è se gli Stai Uniti siano in
grado di innovare veramente la propria struttura manifatturiera e
produttiva, superando oggi questa contraddizione che vi è tra la
forza del dollaro e quella del proprio sistema produttivo. E credo
che gli Stati Uniti si siano posto questo problema e he stiano
lavorando intensamente per la quarta rivoluzione industriale.
E l'Europa?
In primo luogo è il solo popolo con delle caratteristiche non
riconducibili a un unico Stato a differenza degli Usa, della Cina,
della Russia o del Brasile, e per di più è un polo in costruzione
che ha un suo nucleo molto forte, costituito dalla Germania che ha
aggregato la Francia, che con l'euro è riuscito a rafforzarsi.
Intorno a questo nucleo vi sono cerchi periferici più deboli e gli
Usa hanno agito proprio su questi, perché hanno capito che lasciare
il tempo a questo polo di costituirsi pienamente avrebbe messo in
discussione l'egemonia americana.
L'Italia come si colloca in questo scacchiere?
I governi che si sono succeduti non hanno capito che la
costituzione di questo polo europeo passava dalla rinazionalizzazione
dell'Europa, con uno ruolo più forte attribuito agli Stati, e non
tramite gli organismi burocratici di Bruxelles, che sono al massimo
una cassa di risonanza. Il nostro paese ha oscillato tra una
posizione ingenuamente europeista e degli attacchi scomposti alla
Germania, ma poi nella sostanza ha confermato il suo ancoraggio agli
Stati Uniti.
Legge in quest'ottica l'arrivo di Monti come Presidente
del Consiglio?
Il Governo non è per nulla associato a quel nucleo di cui parlavo
prima, ma sta proprio in quella tradizione che ci vede ancorati agli
Stati Uniti i quali ci consentono di evitare la competizione vera,
ci chiedono una rinuncia della sovranità dandoci qualcosa, a
differenza della Germania che chiede entrambe, ma ci costringe alla
competizione. In altre parole il governo Monti si colloca come
garanzia per il nostro paese in una possibile vittoria del modello
americano su quello tedesco. Il nostro paese è un po' come un vaso
di coccio, una zona di avanguardia con cui gli americani si giocano
la partita europea, per deprimere la fortissime competitività del
sistema tedesco.
Lei parla esplicitamente di cessione di sovranità. Ma in
questo quadro che delinea vi è uno spazio per la democrazia?
Vi è stata a mio giudizio un'interpretazione ingenua di cosa sia
la globalizzazione intesa più che altro come un'entità metafisica,
mentre essa ha significato una selezione pesantissima delle entità
politiche e statali. Oggi nel mondo ci sono 5, 6 Stati a piena
sovranità dai quali discende poi una gradazione minore. L'Italia è
da anni priva di una sua piena sovranità, con un sistema produttivo
che uscito dal fordismo non è stato in grado di rinnovarsi.
E' in questo schema di sovranità limitata che si
inserisce il Governo Monti?
Una delle caratteristiche
della sovranità è il ruolo delle forze
sociali e complementari che passa attraverso la dialettica
maggioranza-opposizione. Un paese in cui ciò non si realizza e in
cui il Governo agisce come sterilizzatore delle opposizioni, è un
paese che è uscito dal modello classico degli Stati a "sovranità
credibile". Come possono i mercati giudicare le politiche economiche di
un paese che dipendono dai rapporti di un Governo tecnico con i
sindacati, visto che generalmente, invece, il confronto è tra un Governo
politico e uno schieramento alternativo?Da questo punto di vista la
Spagna è un caso paradigmatico visto che ad un Governo socialista è
subentrato uno conservatore.
Come giudica la manovra del Governo?
Essa riflette pienamente la sottocultura americana della Bocconi
che è una politica economica in cui l'equità e la crescita sono
tutte interne a un'ottica da medioevo cattolico, intriso dalla
ideologia delle lacrime e dei sacrifici per tutti, ovvero quanto di
più lontano da un vero e duro meccanismo di concorrenza. Monti è lo
sguardo volto al passato che parla di ricchi e poveri nei termini
classici del corporativismo. Sembra di essere tornati a San Tommaso
con i concetti di giusto salario e giusto profitto. Si continua sulla
strada dei trasferimenti all'impresa, 25 miliardi, e si distrugge la
competizione.
In questo quadro qual è il ruolo del sindacato?
Di questo neo-medioevismo la Cisl è arma e ispiratore, ma Bonanni
non capisce che il corporativismo cattolico è autoritario e non
concertativo. Lui si affanna a ripetere che occorre fare un patto e
Monti ignorerà questa richiesta.
E la Cgil?
La Cgil è un sindacato moderno ma oggi è frenata nella sua
iniziativa sia per la debolezza strutturale del capitalismo italiano
sia perché anche al suo interno l'idelogia degli ultimi è diventata
un punto di riferimento, anche perché questa fascia è cresciuta a
dismisura. Ma è l'unico soggetto che parla di diritti e di giustizia
sociale e non di equità, ma ripeto mi pare che sia frenata in questa
fase. A ciò si aggiunga la mancanza di un riferimento politico a
sinistra che rappresenti il mondo del lavoro.
La sua è una critica al Pd?
Credo che oggi il Pd sia in un cul de sac. La storia però ci ha
insegnato da Turati in poi che i tatticismi non portano a nulla. Non
bisogna ripetere gli errori del passato. Se si rappresentano fino in
fondo le istanze dei lavoratori occorre mettere in conto che si può
perdere. Io penso che è meglio perdere rappresentandoli realmente,
piuttosto che infilarsi in questo ginepraio paralizzante, perché
siamo veramente a un bivio.
Il peggio quindi secondo lei ancora deve arrivare?
Ora inizia la fase veramente drammatica: all'orizzonte c'è la
disoccupazione strutturale e non servono più a nulla, in quanto
inefficaci, politiche di aggiustamento. Occorre competere realmente e
dare inizio a una seria e reale redistribuzione del reddito, se non
si vuole essere cancellati.
Questo articolo contiene 0 commenti.
Clicca qui per lasciare il tuo commento.