La religione islamica costituisce un fenomeno complesso e variegato anche nel nostro territorio. Suddivisi in gruppi che si ispirano ai riti e alle credenze dei loro Paesi d'origine, molti musulmani vivono tra di noi e praticano il loro culto.
Per avvicinarci a loro, abbiamo scelto di parlare con Dia Papa Demba, esponente della comunità senegalese in Toscana, una comunità profondamente ferita dall'assassinio di Samb Modou e Diop Mor nella strage di Firenze.
Innanzi tutto, Papa Demba, voglio dirti che siamo rimasti tutti molto colpiti e addolorati per quello che è successo ai tuoi fratelli.
Sì, lo so: c'è stata una grande manifestazione di solidarietà. Abbiamo appena seppellito i nostri fratelli con una cerimonia qui e una in Senegal. La cosa che mi ha colpito di più è il fatto che sia l'uno che l'altro avevano sulle spalle molte persone da mantenere nel loro Paese. Pensa che la figlia di Samb che oggi ha 13 anni, non ha mai potuto conoscere il padre che è partito quando la moglie era incinta di tre mesi e non è più potuto tornare in Senegal per le leggi assurde che regolano l'immigrazione in Italia.
Ora ci stiamo organizzando perché queste persone non rimangano sole, per continuare a provvedere a loro...Stiamo organizzando una raccolta di fondi e presto diremo come avverrà, attraverso quali canali.
Credi che la Toscana sia una regione razzista?
La nostra Toscana non è mai stata una regione razzista. Anche oggi, grazie alla solidarietà di tutti, non ci siamo sentiti soli. E noi, per parte nostra, non cerchiamo vendetta: come ha detto il nostro rappresentante Pape Diaw, questo non è un momento di vendetta, i senegalesi non la vogliono, ma chiedono giustizia.
Dovremmo impegnarci perché queste cose non accadano più, per bandire ogni propaganda razzista che può costituire il terreno fertile per simili gesti. Dovremmo ispirarci alle parole che il nostro Presidente Leopold Sédar Senghòr pronunciò a Firenze nel 1962, quando venne ospite del sindaco La Pira, parole ispirate ai principi di dialogo, di giustizia, di pace, parole che il sindaco Renzi ha ripetuto quando ha incontrato la comunità senegalese per commemorare i nostri fratelli uccisi.
Venendo alla tua confessione religiosa, come vivi la tua fede qui in Italia?
Appartengo alla confraternita denominata Muride, che raccoglie la maggior parte dei cittadini del Senegal. Alle origini della confraternita c'è la predicazione di Cheikh Ahamadu Bamba Mbacke (1853-1927).
Io dico sempre che il muridismo è l'altra faccia dell'Islam: un Islam della pace e della solidarietà, basato su tolleranza, lavoro, pratica. La peculiarità del muridismo consiste nella grande considerazione del lavoro, che ha un ruolo altrettanto importante della meditazione e della preghiera.
La nostra massima è: "Lavora come se tu non dovessi morire mai, prega come se tu dovessi morire tra un minuto".
Hai trovato difficoltà in un ambiente che è prevalentemente cristiano?
Assolutamente no, posso dire che ci sono abituato: in Senegal il cristianesimo è molto rispettato. Io ho una cugina cristiana, per esempio. E il nostro grande Presidente, Léopold Sédar Senghor, era cristiano. È facile trovare una moschea accanto a una chiesa: e lo scampanio della chiesa non disturba, così come non disturba il richiamo del muezzin.
Per Natale, rendiamo omaggio alle persone che ci sono vicine e festeggiamo con loro. Poi naturalmente abbiamo le nostre feste, il Ramadan, la Festa del Sacrificio, il Gran Magal che celebreremo fra poco, il 13 e il 14 gennaio: faremo una grande festa, anche qui a Pisa e provincia, con momenti politici, religiosi e culturali e con la partecipazione di migliaia di persone.
Abbiamo la moschea di Fornacette, ma per incontrarci preferiamo i centri culturali perché "moschea" è un nome che mette in allarme, prevalentemente per l'immagine che i media danno della religione musulmana.
Credo che per una buona convivenza sia necessaria soprattutto la discrezione e la tolleranza.
Quale legame avete con la vostra terra di origine?
Abbiamo un legame molto forte, di solidarietà: ci autotassiamo per promuovere iniziative nel nostro Paese. Con i soldi raccolti abbiamo costruito un ospedale a Touba, la nostra città santa, che pochi decenni fa era solo un villaggio e oggi conta 2 milioni di abitanti: immigrati che provengono da tutto il Senegal. Ora stiamo costruendo anche un ospedale pediatrico.
Posso dire con orgoglio che abbiamo costituito una rete sociale importante che mette al centro due fattori privilegiati per la prosperità del nostro Paese: la sanità e la scuola.
- Leggi i precedenti articoli della rubrica "Spazio alle parole" a cura di Cristiana Vettori
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