31 dicembre 2011 a Catania stranamente c'è freddo e tira un vento fortissimo. La città come sempre è impazzita perché ci sono gli ultimi preparativi per i cenoni. E' un bazar a cielo aperto ogni strada, si vende in ogni angolo a qualsiasi orario e qualsiasi cosa.
Ed è importante soffermarsi su questo "qualsiasi cosa". Girando in macchina per diversi quartieri c'è un elemento che colpisce l'attenzione. A Catania si sono sempre venduti i botti: a Catania si inizia a sparare ben prima del 31 e si finisce molto dopo. Da quando sei piccolo ti insegnano a non uscire subito dopo la mezzanotte se devi riaccompagnare qualcuno a casa, perché il putiferio si scatena per le strade.
Ma questa volta c'è qualcosa di diverso. I tavoli sono quelli di sempre, piccoli, rotondi di plastica e sopra di essi botti di ogni genere e tipo. Ma è chi si trova dietro quel tavolino che attira l'attenzione: decine di bambini, il più piccolo avrà avuto 5 anni, il più grande 17. Sono loro, in vere e proprie squadre, disseminati in ogni angolo della città a fare questo lavoro. Sarebbe bene domandarsi per chi lo fanno, chi gli dà i botti, tutti uguali e con ogni probabilità aventi la stessa provenienza. E quei soldi dove andranno? Sui giornali locali campeggia la scritta dell'ordinanza del sindaco contro i botti. La risposta è la vendita diffusa e capillare in ogni strada.
Passando per le strade in macchina sembra che rispettino una sorta di "piano del commercio" anche loro, questi bambini, con accanto ragazzi più grandi e adulti che passano con gli scooter, qualche scambio di parole e poi via, mentre loro restano lì il 31 dicembre a vendere botti. E li vendono a tutti, alla borghesia bene catanese, come ai loro compagni di scuola, o peggio ancora ai genitori di questi ultimi che comprano senza farsi domande. La città vede tutto ciò, ma non reagisce contro questa enorme mole di lavoro minorile che vende oggetti pericolosi (e che non potrebbero essere venduti), e vive il tutto come un fatto normale.
Il giro in macchina continua. E al parcheggio accanto al cimitero c'è un'insegna davanti a un cancello: "Attenti all'imperatore Valentino", con un murales che rappresenta un cavallo da corsa. Se a Catania qualcuno chiede chi sia "Valentino", lo guardano esterrefatti come se fosse un marziano: "E' la stalla del cavallo Valentino il campione catanese delle corse clandestine".
Il fenomeno delle corse clandestine è sempre esistito a Catania, ma ora con la nuova tecnologia diventa un fatto cult, "cultura popolare e di massa". Basta guardare su Youtube e si vedono le gare di Valentino contro altri sfidanti. Centinaia di scooter che li seguono, qualcuno con la telecamera o con il videofonino che li riprende e poi via il video su Youtube: come se si trattasse di sport, qualcosa da far vedere, su cui costruire un'identità, per la quale innamorarsi e tifare. Il tutto gestito dalla mafia e dalla criminalità organizzata.
Per Valentino ci sono anche le canzoni, o meglio c'è la canzone di uno dei più importanti cantanti neomelodici del momento, Gianni Vezzosi: "Curri Valentino". Un inno per centinaia di ragazzini catanesi che seguono le sue gesta. E anche su questo la città sa, vede tutto ma non reagisce, non sembra avere gli anticorpi.
O meglio, forse un anticorpo ce l'ha per sopravvivere, quello di dimenticare, di rimuovere, perché poi quando riattraversi Catania vedi da un lato il vulcano innevato e dall'altro il mare calmo come una tavola. Uno spettacolo che poche città possono offrire, qualcosa che incanta come il canto delle sirene, che ti fa perdere la testa per la sua bellezza, e dimentichi tutto, dimentichi i botti venduti dai ragazzini negli angoli delle strade, dimentichi l'apologia delle corse clandestine e del mondo che vi gravita intorno.
Ma tutto ciò porta alla morte di una città.
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2012/01/09 11:01:40 Contro Tanfucio Questi non sono cavalli, son TRENI TAV! allucinante, proprio una fotografia della "legalità" e della criminalità nel nostro paese.