Il 13 dicembre e il 6 gennaio sono un
po' l'alfa e l'omega di quel periodo di tempo che, per semplicità,
credenti o meno, si è soliti chiamare natalizio.
Curiosamente i due giorni coincidono
-sempre per il mondo cristiano (chrétien)- con due ricorrenze
(Santa Lucia e l'Epifania) che portano in tavola da Roma in giù due
antagonisti storici della nostra tradizione gastronomica, Arancini/e
e Supplì.
Nei restanti giorni dell'anno stazionano
nei banconi delle rosticcerie da Courmayeur a Lampedusa, confondendosi
quasi ovunque gli uni con gli altri per nome, forma e sostanza.
Sostanza che purtroppo è pressoché
ovunque quella di un piccolo, compatto, ordigno di riso (quasi sempre
stantio), ricoperto di una granella simil-segatura, fritto in un grasso
liquido (lontano parente dell'olio), lasciato sedimentare per giorni
e infine depositato nelle mani del cliente, gelido o a temperatura di
vetrificazione dopo uno svogliato passaggio in microonde. Data la qualità
dell'ogiva, il cuore dell'ordigno a quel punto può essere di qualunque
tipo, è ininfluente.
In Sicilia il tredici dicembre per qualche
strana ragione è il giorno degli arancini, o delle arancine. L'ambiguità
del sesso è ineliminabile. Per il nome (così come anche per la forma)
si litiga selvaggiamente da mezzo millennio tra la parte orientale (per
cui sono maschili, arancini, e hanno forma allungata in cima, come un
piccolo menhir di Obelix) e quella occidentale (che li chiama al femminile,
arancine, e le confeziona perfettamente tonde, come arance per l'appunto).
Le due fazioni tornano però perfettamente
in armonia quando si tratta di tracciare un abisso tra l'arancino/a
e il supplì che in fondo non sanno nemmeno bene che cosa sia ma
se il turista sprovveduto prova a chiamarglieli supplì, arancini o
arancine che siano, rischia grosso.
Il 13 dicembre a Palermo, non si sa bene
perché, si fanno le arancine. Si fanno per la festa di santa Lucia
che d'altra parte, essendo santa siracusana, li chiamerebbe piuttosto
arancini. I meglio informati raccontano che tempo (molto) addietro,
in periodo di carestia, non essendo evidentemente disponibile la santa
indigena (Rosalia), non si trovò altra risorsa che la titolare siracusana
(Lucia). La quale, caritatevole o desiderosa di sopravanzare l'altra
nei consensi e certo sufficientemente pregata, rispose mandando un enorme
carico di grano alla città.
Non è che questo chiarisca assolutamente
come mai da quel momento a Palermo, per il giorno della santa forestiera,
non si consumino pane, pasta, farina o grano ma piuttosto ci si ingozzi
di riso e quindi di arancine. Ma forse il mistero sta nella natura stessa
del miracolo, è quasi sempre così.
Le arancine o gli arancini nascono ai
tempi della Sicilia moresca dall'uso abituale dei commensali di servirsi
con le mani da un grande piatto comune di riso e carne insieme (il pomodoro
era ancora di là da venire). Il piatto non doveva apparire, anche nella
presentazione, molto diverso da un couscous dei giorni nostri. Poi siccome
ogni cosa che conta da quelle parti si deve far risalire all'immancabile
intervento di Federico II, stupor mundi, qualcuno aggiunge che
fu proprio il desiderio del magnifico di cibarsi di quel riso anche
in viaggio da far sì che gli venisse confezionato da asporto,
preappallottolato e, per sigillarlo, fritto.
Meno miracoloso, e quindi anche meno
noto, è il legame storico tra i rivali supplì e l'epifania
che è anche all'origine del nome di quella pallottola di riso
impanata e fritta (il supplì non è niente di più).
La sua origine è francofona perché
francesi erano i cuochi delle grandi casate nobiliari del seicento.
I monsieur, per rendere più appetibile il riso, un cibo che
allora era considerato quasi alla stregua di un medicamento, presero
ad addolcirlo con miele, ad appallottolarlo e a friggerlo. E siccome
al riso si ricorreva soltanto come cura per lo stomaco dopo le grandi
abbuffate natalizie, la pallottola divenne presto un cibo consueto il
giorno dell'epifania affiancando il dolce francese tipico di quel giorno,
la galette des rois.
Che ancora oggi in Francia
è una torta che viene portata in tavola con sopra una coroncina dorata,
si chiama appunto galette (e non GALLETTE che sennò sembra un
biscottaccio duro da colazione in caserma) dei Re Magi (des rois).
Nell'impasto viene nascosto un fagiolo che farà vincere, a colui che
lo ritrova nella sua fetta, la coroncina della torta.
Lo stesso fagiolo arrivò presto
dentro una di quelle pallotte di riso, così da far strappare, ai piccoli
signorini napoletani educati alla francese, un entusiastico Surprise al momento del ritrovamento del fagiolo. Poi nel tempo, prevalendo sempre
più la parlata natia rispetto a quella francofona, quel Surprise (che pronunciato in francese suonava più o meno come surprì...)
diventò presto ‘u supplì.
Sul quale però non vale la pena
soffermarsi, mentre l'arancino/a merita di sicuro più attenzioni.
Si sa che il ragù ognuno lo fa
a modo suo e purtroppo è quasi sempre convinto di essere il depositario
della migliore ricetta. Piselli o no, certo sarebbe meglio farlo con
la carne a pezzi e non macinata e col doppio concentrato fatto in casa.
Se proprio si vuole usare il pomodoro in conserva almeno si eviti la
passata.
Il riso che serve invece è il vialone
nano o il carnaroli, diciamo un chilo per semplicità. Va trattato quasi
come per fare un risotto, soffriggendo dolcemente 100 grammi di cipolle
(bianche o gialle) con altrettanti di burro. Poi aggiungendo mezzo litro
d'acqua e mezzo grammo di zafferano in pistilli (o ahimè polvere se
proprio non si ha di meglio) e il riso che va fatto cuocere dai 15 ai
20 minuti facendogli assorbire tutta l'acqua e eventualmente aggiungendone
ma sempre facendo attenzione che non si stracuocia. Il riso va freddato
stendendolo su un piano di marmo o acciaio inossidabile per almeno quattro
ore. Una volta freddo il gioco è tutto di abilità manuale. Una manciata
di riso in una mano a cucchiaio a formare quasi un nido che ospiterà
una cucchiaiata di ragù ben freddo, qualche dadino di formaggio che
può essere un primosale, una caciotta, una provola semiforte o anche
una mozzarella lasciata fuori dalla sua acqua per qualche giorno. Per
chiudere il nido aiutandosi con l'altra mano e provare a dargli/le la
forma prescelta (certo tondo è più semplice) senza romperlo ci vuole
una certa perizia.
Più facile è
passarlo nella farina 00, quindi nell'uovo battuto, poi nel pangrattato
e infine friggerlo in abbondante olio bollente in modo tale che sia
del tutto immerso nell'olio. Quindi
si lascia raffreddare, si asciuga dall'olio e si porta in tavola.
Surprise davvero, altro che supplì.
- Leggi gli articoli precedenti di "Terzo Girone. In cucina con Chourmo"
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2012/01/13 15:01:50 Marcello Di Pietro Spettabile dott. Chourmo
la motivazione per cui le arancine (terminologia esatta, in toscano errano chiamando aranci i frutti dell'arancio che notoriamente si chiamano arance) il cui colore dorato dopo la fruttura dovrebbe ricordare quello delle arance, per tradizione si preparano il 13
dicembre (santa Lucia, patrona di Siracusa è perché la santa (io sono
ateo ma tant'è) è patrona sì degli oculisti e degli elettricisti (fu
martirizzatra secondo la canonizzazione cavandole gli occhi) ma è anche protettrice contro le carestie.
Infatti, nel 1646 Siracussa fu colpita da una grave carestia.
Infatti a Siracusa e provincia il 13 si preparara anche la cuccia (un dolce fatto con grano e ricotta)
http://www.dolci.it/ricette/sicilia/cuccia.html
L'arancina si fa solo con il sugo di carne, il ragù siciliano si
prepara in modo diverso da quello emiliano o bolognese.
Per prepartare le arancine occorrono 4-5 ore ma ne vale la pena.
Il supplì buono ma molto più leggero è altra roba...non è campanilismo...è gastronomia
Marcello
(un e x comuni9sta anarchico)