Non credevo che ci si potesse trovare
a citare, condividendolo, un passo dei vangeli. Devono essere i primi
segni dell'età che avanza. Come lo spostamento verso l'alto, lento
ma inesorabile, dell'attaccatura dei capelli e l'altrettanto fastidioso
spostamento verso le ore piccole dell'ora del risveglio.
E, a parte che dei profeti sarebbe
bene diffidare in patria come all'estero, per cui la traduzione, grammatica
latina permettendo, dovrebbe piuttosto essere nessuna
patria per i profeti, la sostanza purtroppo è quasi sempre inoppugnabile.
Anche in cucina.
Se in Liguria si prova a dire carne
alla genovese l'uditore più accondiscendente aggrotterà le sopracciglia,
rifletterà sui danni della gastronomia globalizzata e si allontanerà
sdegnato stringendosi nelle spalle.
Ma la stessa pietanza nominata solo
700 km più a sud, Napoli e immediati dintorni, ha lo stesso effetto
dello sfregamento di una lampada magica. Evoca improvvisamente un lessico
domestico diffuso e rimanda alle lunghe tavole domenicali in cui le
famiglie si allargavano a nonni, zii e cugini.
Lì non serve nemmeno dire carne,
la genovese è la genovese e basta. Sa di focolare e di casa,
rassicura e rimanda a un modo di vivere a passo d'uomo, senza fretta,
senza code ai caselli, esodi da forzati del week end o pellegrinaggi
verso le cattedrali commerciali.
Forse nessuno nemmeno immagina che
quella denominazione d'origine geografia sia del tutto priva di significato
in Liguria. E in effetti non se ne curano neanche. Per loro è semplicemente la cottura quasi brasata di un tocco di carne, che se va bene è girello
ma può essere anche scamone o sovracoscia, sommerso dalla cipolla (gialla
e non rossa).
L'origine del nome resta un mistero
anche per i più eruditi. Perché non c'è piatto della
cucina ligure che la ricordi nemmeno lontanamente.
Qualcuno azzarda a una vecchia storia
di marinai genovesi che presero terra (e lì restarono) aprendo
le prime osterie con mangiare tra le viuzze del porto aragonese.
E forse dalla loro abitudine di cuocere un tocco di carne in umido e
verdure per avere così, insieme al secondo, il sugo (che in genovese
è proprio tuccu, da tocco di carne appunto) per il primo piatto,
viene il nome.
La genovese a Napoli, prima
di essere un secondo, è proprio un condimento per la pasta. Una pasta
qualunque ma in genere fatta in casa, la domenica mattina, mentre la
carne lentamente rende l'anima al sugo. Senza esserne sconfitta però.
Perché la riuscita del piatto
sta proprio nell'esito dello scontro tra la cipolla e il manzo. Il segreto
della genovese sta proprio nella cipolla, che al momento del
primo contatto in pentola stravince essendo in peso quasi il doppio
della carne, che dopo 3/4 ore di lentissima battaglia deve ... arrendersi.
E lì aspettare ancora che la
carne, spossata, le conceda l'onore delle armi sfinendosi (ma non disfacendosi)
anche lei esausta nel sugo.
La cipolla è come quell'esercito
che, preponderante all'inizio per forza e quantità, costretto nell'angusto
spazio del tegame e sottoposto a ore di fuoco di fila seppur a bassa
intensità, è infine vinto.
Quindi sfila, sconfitto, rendendo le
sue meravigliose armi dorate ad uno splendido sugo color ambra, denso
e quasi iridescente (da non umiliare passandolo al passaverdura).
La carne resta integra e dunque apparentemente
invitta ma la sua è la più classica delle vittorie di Pirro.
Tagliata a fette e servita per secondo non sa di nulla se non copiosamente
affiancata dal sugo che è avanzato dalla pasta.
Dell'epica di questa gloriosa cipolla-tauromachia
a Genova non arriva nemmeno l'eco. La carne alla genovese in Liguria
tutt'al più è la Cima, anzi 'a
çimma, come canta il poeta di via del Campo.
Fortunata la città che è patria di
un poeta, più che di un profeta.
- Leggi gli articoli precedenti della rubrica "Terzo Girone. In cucina con Chourmo"
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2012/03/06 00:03:34 Super Marvs chourmo, dove sei finitoooo, aiuto ho bisogno di informazioni culinarie....ho dei dubbi che devono essere risolti...ne và della mia reputaione di cuoca consapevole
marvs